— Grazie! — disse Almerico, respirando. — Vostra Eccellenza ha un gran cuore!

— Ah! — gridò il ministro, ridendo. — Come vi vorrei deputato di opposizione! I miei avversari non me ne dànno mai, di queste consolazioni.

— Per questo, Eccellenza, ci sono gli amici.

— Parlate dei politici? Povero me! Quelli non hanno che favori da chiedere. Voi lo sapete pure, mio caro Almerico, che cosa domandano al ministro i suoi amici politici. I tribunali condannano, e tutti gli amici non fanno altro che domandar grazie, condoni, esenzioni. Se si concede, si è deboli; se si nega, si è crudeli, e valeva meglio l’antecessore. Oh l’antecessore! Quello era un uomo di cuore! amico per i suoi amici! come meritava di essere sostenuto! Del resto, a farlo apposta, non lo hanno sostenuto; l’hanno aiutato a cascare. Benedetto voi, conte, che lavorate tanto per me, senza domandarmi mai nulla!

— Sono qualche cosa di più di un amico politico, Eccellenza! — rispose Almerico, inchinandosi.

— Lo so, e vi ricambio con tutta l’anima, sapete? — disse il ministro, stendendogli la mano. — Ora andate, mio buon amico; andate alle vostre faccende. —

Erano le tre dopo il mezzodì, quando Almerico di Montegalda escì dal ministero, avviandosi verso il Pantheon e di là proseguendo verso il Gesù. Strada conosciuta! l’aveva fatta due volte inutilmente, in due giorni, e forse l’avrebbe fatta inutilmente una terza. Ma per quella volta c’era una lettera, una chiamata, e l’educazione da una parte e l’invito di una bella signora dall’altra, cospiravano a fargli di quella visita un obbligo. Ci son cose da nulla, che bastano a muoverci più delle cose importanti, avendo più forza, su noi, di tutte le nostre ripugnanze. Si va come la biscia all’incanto; ma infine, si va, e questo è l’essenziale.

La duchessa di San Secondo abitava un palazzo nelle vicinanze del Campidoglio: uno di quei palazzi alti e robusti, in cui il travertino e il peperino, con le tinte scuricce, correggono le immani storture architettoniche del Borromini e del Maderno; palazzi di nobile aspetto, e pur così malinconici nella loro grandezza fastosa. È questo, infine, il guaio di tutta l’arte barocca. Vorrebbe attenuare il pesante delle forme con lo spezzato dei contorni, e riece in quella vece al mostruoso. Tutte quelle cornici mozze, tutti quei fregi contorti, tutti quei profili fuor di squadra, vorrebbero essere allegri, e sembrano intanto avvertirci che tutto è caduco nel mondo, anche uno dei loro aggetti, una delle loro volute, che potrebbe cascare da un momento all’altro, e sfondarvi assai più che il cappello. L’arte barocca sogghigna, non ride; sopratutto non sorride.

Non sorrideva neanche Almerico Montegalda, entrando nel portone del palazzo San Secondo. Passò, riconosciuto e salutato da un portiere enorme quanto l’ingresso, e troppo incappellato del pari. Salì al secondo piano, entrò in una vasta anticamera, inchinato da un servitore in alta livrea, e fu introdotto in una gran sala di ricevimento, donde passò in un salottino. Non so che uso sia questo, di ricevere la gente nei salottini. Non siamo noi dunque più fatti per le grandi linee prospettiche? In mezzo alle grandi si va come paurosi, in fretta, seccati del rumore che ci fanno i nostri medesimi passi; non si vede l’ora di esser giunti al porto di rifugio, dove si respira tanto più liberamente, quanto più il porto è ristretto. I nostri nonni non erano già più della statura dei nostri arcibisnonni (parlo al figurato, s’intende), e ad essi le grandi sale incominciavano a parer troppo vaste; tuttavia ci restavano, usando l’arte di tagliare a spicchi l’ambiente, facendo con mensole, paraventi cinesi, canapè ed altri arnesi consimili, tanti piccoli ridotti nel grande, che li comprendeva tutti sotto un medesimo padiglione. Il cavaliere, o l’abate, quando aveva detto nel suo angolo una cosa molto arguta, poteva arrovesciare la testa sulla spalliera del seggiolone, e vedeva in alto un trionfo d’imperatore romano, un banchetto di Dei, un’Aurora in tiro a sei, e ciò lo riposava dallo sforzo. Nei salottini d’oggidì, quando si è detta una cosa arguta, si può essere modesti quanto si vuole, ma si ha sempre timore che scoppino le pareti, o salti in aria il soffitto. Forse per questo tanta brava gente dà un tuffo nello scimunito. Non è debolezza di mente, credetelo; è compassione per i padroni di casa.

Io ho sempre pensato che i padroni di casa siano in questo particolare più infelici che colpevoli. Anche la moda è governata dal tornaconto, e il tornaconto, in questo caso, ci consiglia senz’altro la mano del tappezziere. Forse anche tutti questi rimpianti non sono altro che sottigliezze di spirito infermo, che anela ai vasti orizzonti, e sarà molto più bello di una gran sala seminuda il salottino fiorito, imbottito, partito a quadrelli, a losanghe, pieno zeppo di belle cosine d’ogni forma e d’ogni stile, che son lì pigiate, accatastate, perchè non facciano a pugni tra loro. Sia bello o brutto, poi, è forse meglio di seguire l’andazzo, come faceva la duchessa Serena: anche per cansare il rischio di sentirsi dire da un’amica: — Come puoi stare così al largo? Io ci morirei dal freddo in estate! —