— La baronessa ha molto spirito; — disse Almerico.

— E aggiungete pure altrettanta cattiveria! — rispose Serena.

— Signora, poichè voi me ne date licenza — disse di rimando il giovanotto — vi manifesterò tutta la mia maraviglia, la mia ingrata maraviglia, per quel lungo e insistente discorso che la baronessa non ha dubitato di fare.

— Oh, questo sarebbe il meno. Lo aveva già fatto a me, quantunque con tutte le più delicate reticenze. Foste annunziato voi, Montegalda, mentre si parlava appunto delle chiacchiere di Roma; ed io stessa le diedi facoltà di ripeterle a voi.

— È stato un interrogatorio in tutta regola; — osservò Almerico, tentennando la testa.

— Perdonate! — rispose Serena. — A tante altre domande dovete rispondere ancora! Con voi, conte, non ho, non debbo, non voglio avere segreti. Sapete già tante cose, e tutte da potersi confessare a fronte alta! Siate sincero con me.

— Voglio esserlo, sicuramente; — disse Almerico.

— Ma non troppo sollecito, nella vostra amicizia! — replicò la duchessa, con accento di dolce rimprovero. — Perchè non venire ier l’altro da me? Perchè non venire almeno ieri?

— Ve lo confesserò; — rispose Almerico. — Sono stato vile. Due volte, in questi due giorni, ho fatto la strada; due volte mi è mancato il coraggio di entrare. Credo anzi che alla seconda io fossi già tanto presso alla soglia del portone, che lo svizzero si era perfino tirato indietro, per lasciarmi passare. Signora! sono così triste anch’io, se sapeste!...

— Ma ditemi dunque, che c’è egli di vero? — domandò la duchessa.