Almerico voleva dirle ancora: «Non son io che debbo rispondere a questa domanda». Ma la duchessa non aspettò nemmeno ch’egli girasse in altra forma la risposta.

— E non venire a dirmi nulla! — continuò. — Si sarebbe potuto provvedere in qualche modo, senza dare un dispiacere ai suoi parenti. Sapete che i suoi zii di Padova son molto ricchi, ma saprete ancora che hanno altri congiunti, a cui potranno lasciare le loro sostanze, vedendo ch’egli è sulla via di farne mal uso. Ha fatto male, assai male, il signor Massimo. Doveva parlar prima, parlar subito a me. Che amicizia è la nostra, se queste cose si tacciono?

— Duchessa, vi pare? — esclamò Almerico. — Ad una donna?...

— Fatemi il piacere! — interruppe Serena. — Che cosa vuol dire, ad una donna? Non ero una donna per lui; avrei potuto invece essere.... la donna! — soggiunse con accento di sublime orgoglio. — Per intanto, ero un amico. Un amico, mi capite?

— Lo so, signora, lo so, — rispose egli volentieri. — E un amico in miglior condizione di me.

— Infine, che male c’era? — proseguì la duchessa. — Io sarei stata un giorno o l’altro la contessa di Riva. Si possono dire a voi, queste cose, senza arrossire. Si sarebbe salvato l’onore in faccia ai parenti, e non si sarebbe obbligati a vendere la casa dei padri. Anche queste son cose brutte, Montegalda; brutte e vergognose, davanti al paese in cui si è nati. Sapete? dice la gente. Il signor conte ha venduto il castello. Ed anche per poco: cinquantamila lire, mentre ne valeva dugento. E perchè? Col coltello alla gola; un debito di giuoco; debito d’onore. Sì, bell’onore! valeva meglio non giuocare. Che malattia li ha presi, tutti questi gran signori, che vogliono finire così male, con un suicidio morale, in attesa dell’altro? Vi parrà strana, Montegalda; ma io ci penso, a queste cose, quantunque donna, e non madre. Son brutti esempi che si dànno al mondo, e la vecchia nobiltà mostra veramente di non servire più a nulla, se non crede nemmeno più di giovare alle nuove generazioni con l’esempio della sua dignità.

— Come avete ragione, signora! — gridò Almerico, infiammato. — Come avete ragione!

— Anche poveri si può essere, — continuò la duchessa, — ma con lo stemma pulito e lucente, senza macchia e senza paura. E queste son parole vane, oramai! Si può sapere almeno a che somma ascende questa perdita al giuoco? —

Almerico era colto alla sprovveduta. Nella sua ultima conversazione notturna con Massimo di Riva, non aveva pensato più che tanto alla somma che questi poteva aver perduto al giuoco, e forse gli era passato per la mente che Massimo dovesse ancora meditarci su, e fissarla egli, quella somma benedetta, nella lettera di commiato che avrebbe scritto alla duchessa. Soltanto allora il nostro Almerico rammentava che la lettera di Massimo non diceva nulla in proposito. Certamente, il buon Almerico, per far servizio all’assente, avrebbe potuto inventare lì per lì un bel numero, con quattro zeri di costa, e magari con cinque; ma che volete? non seppe. Non è mica sempre lì, pronta alle invenzioni, la fantasia dell’uomo; sia egli poeta, come generalmente nasce, o avvocato, come ordinariamente diviene.

— Non so, signora; — rispose egli adunque, confuso.