— Vi dico che mi sollevate, — replicò ella. — Temevo il peggio, e ora non temo più.

— Ma che cosa, di grazia? — ridomandò Almerico, che non capiva affatto quel mutamento improvviso.

— È presto detto; — rispose la duchessa, parlando con nervosa volubilità, e ridendo di un riso che sapeva di convulso. — Non vi parlo già di me. Io non conto. Il mio dolore non è nulla. Gran che, una donna che soffre! Colpa sua, se soffre!

— Ma signora... io non v’intendo più, ora.

— M’intenderete poi. Ricapitoliamo, prima di tutto. Il conte Massimo di Riva, quella sera aveva da sciogliere, da comporre, tutto quel che vorrete, la questione del Riccoboni col Savelli. Qualcheduno mi aveva pur detto che fosse sciolta, composta nella giornata, e che del resto nessuno temeva di vederla finire altrimenti. Ma passiamo su ciò; passiamo anche sulla visita all’americana. Non franca la spesa che ci fermiamo, una miniera d’argento! Gentiluomini veri, lo avete detto voi, conte! non s’inchinano, non si umiliano a raccattare in questa guisa i milioni.

— E lo sostengo; — disse Almerico.

— Ciò vi onora; — ripigliò la duchessa. — Passiamo dunque, tiriamo un velo. Resta il fatto che quella medesima notte si cena con gli amici della famosa questione, o con altri, sconosciuti per ora, e si fa baldoria, per finir poi in un luogo infame, davanti a un tappeto verde, di quelli che ognuno conosce e che nessuno denunzia, e che bastano, senza arricchir mai i loro tenitori, a mandare in rovina i puntatori. Massimo non è ricchissimo: ha da vivere, e non gli mancano le speranze di meglio. Ha giuocato, ha perduto; voi non lo sapete, egli non ve l’ha detto, ma ha perduto una somma ingente, favolosa... in proporzione, lo so, in proporzione con le sue sostanze. Diciamo centomila lire. Vi par troppo? Diciamo cinquanta. È troppo poco? Mettiamoci in mezzo: settantacinquemila! E allora che succede? Non si ha la somma, e bisogna trovarla. Si domanda tempo, per correre a casa, a far saltare il patrimonio, o farsi saltar le cervella, altra eredità dei padri, che non si è saputa far fruttare, nè custodire. Non è così? E si tenta la via di salvezza; si va a vendere... si fugge.... Ebbene, Montegalda, tutto ciò è un romanzo, un volgare e sciocco romanzo; e mi stupisco come voi, sostituto procurator generale....

— Non lo sono, duchessa.

— Lo sareste, uscendo dal vostro segretariato; lo avete detto voi. E mi stupisco, — soggiunse la duchessa Serena, — come voi, che dovreste aver pratica delle indagini giudiziarie, non abbiate veduto, non abbiate trovato il difetto di questa favola sciocca.

— Ma io, signora, vi prego di credere... — balbettò Almerico. — Io, infine, non avevo obbligo di vedere, di indagare nulla, di sceverare il falso dal vero, come nei processi criminali. Non era un’istruttoria, che dovessi condurre, non una dichiarazione che dovessi vagliare, non una prova che dovessi cercare: bensì il racconto di un amico stimato, che dovevo accogliere tal quale.