— Ah, bene! — esclamò Serena. — E vi lasciate raccontare di queste favole, dai vostri amici? Vedete me, che son donna e non ho l’esperienza vostra di magistrato. Anch’io potevo credere a ciò che il conte Massimo aveva scritto; ma il dubbio mi assaliva, la improbabilità del racconto mi saltava agli occhi da tutte le linee. Volevo sentir voi, per credere, o non credere. Perchè, in verità, troppe cose mi dicevano di non credere. Voi siete venuto, voi avete dato il tracollo ai miei dubbi, voi che non conoscete a qual somma ascenda la perdita fatta dall’amico, mentre sapete il quando e il come egli ha giuocato e perduto. Conte Almerico, io posso darvi una buona notizia. La notte, di cui parlate, egli l’ha passata dall’una alle cinque con otto o dieci amici, al Circolo delle Cacce, ma senza giuocare neanche al più innocente dei giuochi, e discorrendo allegramente, di musica, di cavalli, di scherma, e di tante altre bellissime cose. Alle cinque, o poco dopo, è uscito, ma non aveva sonno, ed è andato ancora a passeggio. Volete che vi dica dove, fino a che ora del mattino, e con chi?

— Signora, — disse Almerico — non sento il bisogno di questi particolari. Ciò ch’egli mi ha detto io vi ho riferito; non altro io so, non altro debbo sapere. —

E dentro di sè, il giovanotto soggiungeva:

— Testa sventata! Ed io sciocco, a tenergli bordone! Che bisogno c’era di andare al Circolo, a farsi vedere da tutti? Egli è fuori del tiro, oramai: io sono qua nei pasticci per lui, e ci rimetto ancora la mia riputazione d’uomo serio. —

A volte giova più il silenzio che la parola, per levar dagli impicci un galantuomo. Almerico taceva, restando a capo chino, con un’aria tra severa e contrita, che il lettore certamente s’immagina. La duchessa Serena si avvide forse di essere andata troppo oltre; fors’anche ebbe compassione dello stato in cui le sue acerbe parole avevano posto il Montegalda.

— Se vi ho offeso, perdonate! — diss’ella, con accento mutato. — Ma sono stata offesa io tanto crudelmente!

— Mi duole, signora; — rispose Almerico. — Ma voi non crederete già che io....

— No, conte, no; — interruppe Serena. — Voi non avete colpa. Voi, poveretto, non venivate da me, forse immaginando che la mia fede non sarebbe stata pari alla vostra. —

Almerico fece un gesto che voleva escludere quella supposizione sul conto suo. Ma la duchessa non badò a quel gesto, e proseguì:

— Son io che vi ho chiamato, io sciocca, che in mezzo ai miei dubbi, avvalorati da tanti ragguagli di amici e di amiche, serbavo ancora un’illusione, un filo di speranza.