— E forse, signora... — disse Almerico. — Chi vi assicura che tutti questi ragguagli non siano falsi e troppo facilmente raccolti, fino a parere una prova contro la sincerità dell’amico? Chi vi assicura che tanti dubbi accumulati contro di lui, non abbiano a svanire, come un miraggio, quando egli sarà ritornato? —

Almerico parlava, studiandosi di tessere un’apparenza che ella aveva accennato. La duchessa rimase un istante pensosa, con gli occhi immobili, fissi in quel punto dello spazio, dove si guarda tanto più, quanto meno ci si vede. Finalmente si scosse e rispose:

— È doloroso, conte Almerico, che voi abbiate più fede di me, tanta fede e così forte, da resistere alle prove più certe! A me un presentimento aveva già detto: è una bugìa! A voi una certezza d’animo onesto e leale.... —

Almerico pensò alla sua famosa certezza, e tentennò involontariamente la testa.

— A voi una certezza d’amico onesto e leale — proseguiva la duchessa, — persuade il contrario. Chi ha ragione, tra noi? chi ha più merito? Una cosa io vi prometto, Montegalda; — diss’ella, sospirando — che se voi avete ragione, io farò la più umile ammenda. Cercate, indagate, persuadetemi, se vi riesce di trovarne argomento. Io chiederò perdono a lui.... e a voi! —

Almerico s’inchinò, e tristamente le disse:

— Che posso cercare e indagar io? Voi non avreste da chieder perdono a me, quand’anche io avessi ragione, poichè a me non avete detto nulla che potesse particolarmente spiacermi. Sono un amico onesto e leale per voi, come per il conte di Riva. Mi sento onorato della schiettezza con cui avete parlato in questa occasione con me. Poi, dove sarebbe l’amicizia, se non fosse lecito di fare uno sfogo, di dire all’amico tutto ciò che può venire alle labbra, in un impeto di dolore? Non mi dite dunque altro, signora. Piuttosto, consentite che io non cerchi e non indaghi più nulla. Mancherei all’amicizia, facendolo. Non posso e non debbo dimenticare che son debitore al conte di Riva dell’onore di esservi stato presentato. —

La duchessa di San Secondo intese che Almerico di Montegalda aveva ragione. E non gli rispose più altro.

V. Il consiglio dei vecchi.

Sollevato da un grave peso, ma tuttavia molto triste, Almerico di Montegalda escì dal palazzo San Secondo, a respirare l’aria fresca di piazza Venezia. Ne aveva bisogno, per isnebbiarsi il cervello. Era come ubbriaco, per quello sforzo lungo che aveva fatto, di tenersi in bilico sulla corda tesa: di non dire alla duchessa se non quel tanto di bugìa che non potesse essergli rimproverato più tardi: frattanto, di sentire come ella avesse veduto giusto in mezzo a tante invenzioni, e come fosse impossibile che altri ragguagli non la conducessero a vedere anche più giusto in processo di tempo. Ah, povera signora! e come avrebbe sopportata la doppia offesa recata dal conte di Riva all’amor suo, al suo giusto orgoglio di donna? Egli, Almerico, lo aveva pure veduto, l’attacco di nervi! Ma quelli sono i punti in cui una donna si sente più forte, e quasi non è da far caso di uno sdegno in cui la fibra si esalta, parendo anzi meglio adatta a resistere. Ma alle esaltazioni seguono tosto gli abbattimenti. E allora, che sarebbe avvenuto? Almerico non ci voleva pensare, e ci ritornava sempre col pensiero, come porta qualche volta la necessità, più forte di tutte le nostre ripugnanze, di tutte le nostre risoluzioni.