Ci sono i momenti, ed anche lunghi, se Dio vuole, che le nostre relazioni sociali non ci dànno altro che piaceri. L’uso delle visitine, a mano a mano più frequenti e più lunghe, i grati incontri, le gaie conversazioni, i piccoli servigi scambievoli, e via via tutte le bellezze di una intimità di secondo grado, consolano l’animale socievole, che gode di tutte le eleganze, di tutte le raffinatezze, delicatezze ed armonie della vita. Qualche filosofo sostiene che siamo al mondo solamente per questo; ed anche quelli a cui sembra che ci siamo per altri uffizii, godono ciò non ostante di queste bellezze, fino a tanto che dura la gioventù, come in Almerico di Montegalda, o se ne fanno una cara abitudine anche nell’età matura, come nel caso del commendatore Buonsanti di Carpigliano. Ma viene il momento che questa dolce intimità vi regala le sue noie; quando, per esempio, si rovesciano su voi, consolatore preparato, i dolori della intimità di primo grado, a cui non avevate aspirato mai. E allora vorreste non esserci, a quel posto di fiducia; vorreste esser rimasti nel terzo, dove non giunge l’eco di certe afflizioni, e dove, quando pure si tratti di una sventura domestica, siete facilmente sciolto da ogni obbligo, e liberato di pena, con un biglietto di visita. Maraviglioso, stupendo, salutare biglietto di visita! Un giorno, tant’anni fa, venne la moda di stampare sugli angoli le quattro formole d’uso: «per visita, per congedo, per condoglianza», e.... non so bene che altro: forse «per augurio». Si faceva un corno, un orecchino, là dove occorreva, e così, senza bisogno di scrivere, l’obbligo della cortesia era adempiuto. La moda durò poco. Parve orribile, e non era che ingenua. Il biglietto di visita aveva detto in quel giorno il suo segreto: il segreto d’Arlecchino.

Almerico aveva promesso di ritornare, e presto, ma non aveva detto quando, e indugiava. Che cosa sarebbe andato a dire? Peggio, poi, per quello che sarebbe andato a sentire, delle gesta di Massimo! Notate che a lui Massimo non aveva scritto da Napoli, neanche per fargli sapere a che albergo fosse smontato. Tanto aveva paura di ricevere una lettera sua!

Due giorni dopo la sua visita alla duchessa Serena, il nostro giovinotto era seduto nel suo gabinetto, quando giunse l’usciere e gli disse:

— Signor conte, chiede di lei il commendatore Buonsanti. —

Per una volta, l’amico si serviva della commenda, e rinunziava al cavalierato, che poteva prestarsi a più ristrette interpetrazioni.

Almerico andò nel salotto, dove il Buonsanti aspettava.

— Buon giorno, amico! — gli disse il commendatore. — È dunque vero?

— Che cosa? — domandò Almerico.

— Che sei guardasigilli. Stai tanto a guardarli, i tuoi sigilli, che non ti curi più se ci sono degli amici a questo mondo, o se son passati nell’altro, cosa che dovrà pure un giorno accadere, e tu non te ne darai per inteso!

— Io? — disse Almerico. — Che discorsi son questi?