— E lo hai creduto, quel tanto? — esclamò l’altro. — Almerico mio, abbi pazienza, ma son costretto a levar molto dalla stima che facevo di te, come guardasigilli futuro!

— Dato e non concesso, per parlare in linguaggio forense, — rispose Almerico, dopo un istante di pausa, — dato e non concesso che avessi saputo qualche cosa di ciò che tu dici, avrei dovuto far contro a Massimo, nuocergli io nell’animo della duchessa Serena?

— Non nuocere a lui, ma dire la verità; — ribattè il Buonsanti, inflessibile.

— Già, per mettere il dito tra due, che a parer mio dovevano diventare marito e moglie? — esclamò il Montegalda.

— Parere sbagliato, amico mio, parere sbagliato! — rispose il Buonsanti. — Io, per esempio, non ho consigliato mai alla duchessa un simile errore. Per fortuna, siamo oramai fuor di pericolo.

— Lo credi? — domandò Almerico.

— E come non crederlo, dopo ciò che è avvenuto? Non sai ancora che donna sia la duchessa. Romana antica, mio caro! Una lama d’acciaio!

— Allora si piegherà; — mormorò Almerico, sforzandosi di sorridere.

Il commendatore Buonsanti rispose a quella frase con un gesto d’impazienza.

— Ho detto acciaio, per la nobiltà della tempera; — rispose. — Ma se vuoi, diciamo ferro, platino, diamante. Che uomini siete voialtri? I giornali ameni vi guastano. Appuntate ogni parola e ne fate argomento di celia.