— Come t’inganni! — disse Almerico. — Ho altra voglia che di celiare.
— Perchè? Con che aria lo dici! Per caso, saresti innamorato, tu?
— Io? e di chi?
— Della duchessa, poichè si parla di lei.
— Ma che? sei matto, Buonsanti mio. Vedete che idea! — conchiuse Almerico, chiamando a testimoni della sua maraviglia tutte le potenze invisibili.
— O perchè? — domandò il vecchio gentiluomo. — Vorrei un po’ sapere che cosa ci vedi di strano. Tu meglio d’ogni altro, Montegalda! Se la duchessa ha da discendere i due famosi gradini della gerarchia, meglio con te, serio cavaliere, che con quella banderuola di Massimo. Io darei la mia approvazione senz’altro.
— Ah, mi fai ridere! — disse Almerico, non riuscendo ad altra dimostrazione, fuor quella di un risolino stentato.
— Non te la darei, perdincibacco, se mi potessi levare vent’anni di dosso; — continuava il Buonsanti. — Che donna! che donna! Quando penso a quel Massimo, e alla sua stupidità.... poi al rischio che ha corso la duchessa, di sposare quel ragazzaccio!...
— Buonsanti, te ne prego! Dianzi banderuola; ora lo chiami ragazzaccio. Dove andrai a finire?
— Dove mi porterà il mio libero giudizio. Ebbene, vuoi leticare con me? Dico quel che penso, io, e lo chiamo banderuola, ragazzaccio, monello. Glielo dirò a lui, se mi capita fra i piedi.