— Speriamo che non lo faccia; — rispose Almerico. — Se è vero che abbia trattato così male, come voi sapete, che sia corso a Napoli sulle tracce di miss Lockwood, della miniera d’argento, come la chiamate, è da credere che per un pezzo non voglia presentarsi più a Roma.
— Oh, per questo, puoi star sicuro che non è calunniato! Mi fa maraviglia che tu abbia potuto prestar fede a una invenzione così grossolana, come quella che il tuo amico ha trovata, per andarsene. Io, vedi, non bevo così grosso, checchè si dica del vino piemontese. Appena la duchessa mi ha parlato della fuga di Massimo, e mi ha mostrata la sua lettera, mi son messo a ridere. Cioè, a ridere no; ma ho detto: non è possibile, non è vero, permettete che io prenda le mie informazioni. E le ho prese, senza bisogno di correr troppo, ed ho saputo che il signorino, scambio di andare a Padova, era corso a Napoli. E prima che il marchesino Paoli Daguro mandasse tante curiose notizie di lui alla baronessa Coselli, anch’io avevo scritto a Napoli, e la risposta mi è giunta stamane. È qui, vedi, è qui; so tutto io, vita e miracoli. Vuoi tu sapere dov’era, per esempio, ier l’altro a sera, il tuo Telemaco? Al San Carlo, con miss Lockwood e coi suoi legittimi ascendenti, atteggiato a pretendente, se non già a promesso sposo.
— E la duchessa lo sa?
— Lo saprà.
— Le farai vedere la lettera?
— Certamente. Io non ho i tuoi scrupoli pietosi e pericolosi. Aggiungi che ho il mio metodo di cura. Io, caro Montegalda, sono un amico così fatto. Che? Una donna come la duchessa Serena mi concede la sua fiducia, mi fa suo cavaliere «en tout bien tout honneur»; ed io avrò il coraggio di non dirle la verità tutta quanta? Lascerò a voi, giovanotti, di spartire così la vostra fedeltà, tra una donna che è degna di tutta la devozione possibile, e un amico.... che va a cercar le miniere?
— Non ti alterare, Buonsanti! E non mi opprimere, poi! non mi trattare così duramente!
— Non badare! e se eccedo, perdonami. È uno sfogo necessario. Tu mi conosci; ho bisogno di dire tutto quello che penso. Se non mi sfogo, schiatto. Ma ti amo, lo sai, e ti amo, perchè ti stimo. E perchè ti stimo, vorrei che tu giudicassi più severamente quel ragazzaccio; che tu lo giudicassi come veramente si merita... E ancora ti prego, Montegalda.... Anzi, per questo ero venuto da te. Làsciati vedere dalla duchessa. Iersera siamo rimasti soli due ore. Donna Serena diceva: verrà il Montegalda. E il Montegalda non venne. Io ho parlato, ho chiacchierato, ho vuotato il sacco: ma poi.... capirai! si esaurisce anche il Vesuvio. E allora si ricascava nella tetraggine. Un terzo fa bene, in questi casi. La duchessa è molto abbattuta. Dovendo sostenere la conversazione, fa uno sforzo continuo. Se siamo in due, a farle compagnia, si ciarla magari noialtri, ella può distrarsi ascoltando, e senza essere obbligata a rispondere. Infine, tu riconoscerai, senza bisogno d’altri discorsi, la necessità di non mancare. Siamo due amici sinceri, per lei; è nostro dovere di assisterla. Ed anche, — soggiunse il vecchio cavaliere (chiamiamolo pure così, che se lo merita) — ed anche di consigliarla.
— Noi? — disse Almerico. — E come?
— Se ti dicessi, — ripigliò il Buonsanti, — che il soggiorno di Roma in questi momenti le nuoce, non mi crederesti tu?