— Se sono stati piacevoli, non me ne dolgo; — disse il ministro. — Sapete, conte, che io non sono un tiranno. Qui poi ci guadagnano i miei nervi, perchè godono della vostra contentezza. Vi vedo ilare.

— Io? — esclamò Almerico stupito.

— Sì, voi. Avete l’aspetto più sereno e l’occhio più vivo. Da parecchi giorni mi parevate assai triste, e ancora questa mane imbronciato. È dunque virtù del lungo colloquio, se siete mutato in meglio. Caro amico! se non avessi sentito dall’usciere che avete ricevuto un commendatore, avrei creduto si trattasse di una commendatrice. E forse, chi sa? grammaticalmente parlando, ogni maschile domanda il suo femminile.

— Non negli ordini equestri, Eccellenza. Che idea, del resto!

— Ah sì, scusate; ho fatto una supposizione temeraria. So bene che siete misògino!

— Vostra Eccellenza è di buon umore quest’oggi! — disse Almerico.

— Caro mio, che volete? Siamo nelle vacanze, e si lavora un po’ meglio, senza l’incubo delle interpellanze minacciate, e delle interrogazioni di tutti i giorni. Non vi fate venir voglia di questa roba, mi raccomando! La politica è donna, dicono! capricciosa, gelosa, prepotente, tirannica, come tutte le donne. Ebbene, non restate in forse un momento; mal per male, scegliete una donna vera, che vi darà almeno qualche giorno lieto. Sceglietela, dico, e per non avervi a pentire, sposatela.

— Mi fa ridere, — mormorò il Montegalda. — Se sapesse!...

— Sentiamo. Perchè vi fa ridere il mio consiglio?

— Perchè c’è una strana relazione fra ciò che ella mi dice ora, e quello che mi diceva poc’anzi l’amico commendatore. Anch’egli voleva ammogliarmi. E per mettermi sulla via, mi faceva già innamorato....