— Ah, bravo il commendatore! — gridò il ministro, scattando. — È una bella cosa, essere innamorati. È l’unica cosa bella. Quando lo fui io.... Me no ricordo ancora, sapete? Quantunque, lontanamente.... — soggiunse, crollando il capo, come se vedesse le cose attraverso una nube. — Trent’anni fa, mi capite? trent’anni fa! Ero nel mio bello, allora, e sciocco su tutti gli sciocchi, anelavo ad altro, io! a tornire i periodi, a far la voce sonora ed armonica, a concionare le turbe, a guidare le moltitudini col filo della parola, a dominarle con lo scoppiettìo della frase, a far penetrare, a forza di ragioni, il mio pensiero nella mente degli altri.
— E n’è venuta a capo, Eccellenza! — rispose Almerico. — Dica di no, se le riesce!
— Sì, sì, ne sono venuto a capo, e più presto che non credessi; — replicò il ministro, con accento di sottile ironia. — Avvocato alla sbarra del tribunale, vinsi una causa spallata; e allora pensai: sarebbero forse i sofismi, che han vinto, e non le buone ragioni? Basta, ragioni o sofismi, è l’eloquenza che ottiene i suoi frutti. Già, pare che io non fossi mai stato così eloquente, come in quel giorno memorabile. Forse la mancanza di buoni argomenti mi aveva condotto ad uno sforzo titanico. Eloquentissimo, dunque, e come tale celebrato dai popoli. Ma i frutti non furono sempre quelli della causa cattiva; ne perdetti delle buone, capite? delle buone, tanto buone, che c’era da scommettere la testa. Peggio ancora, qualche volta la mia grande eloquenza non riesciva a vincere la sonnolenza dei giudici. Erano, s’intende, i giudici di trent’anni fa; — soggiunse pudicamente il guardasigilli. — Ora è tutt’altra cosa. Poi vennero le glorie del Parlamento. Che paura, mio Dio! Nei primi giorni, sentendo parlar tanti e con tanta sicurezza, ero rimasto come attonito. Mi parevano tutti semidei, che facessero cose inaudite. Le ripetizioni, gli annaspamenti, mi parevano grazie dello stile piano, conveniente al soggetto; le improprietà, i solecismi, altrettante sprezzature del discorso familiare. — «E tu perchè non parli?» mi disse un amico. — «Io? sei matto? Io non oserò mai» rispondevo. — «Bada, se non parli subito, sei un uomo perduto; bisogna rompere il ghiaccio.» L’amico diceva anzi di più, diceva: la faccia. E volli parlar subito, perchè non si dicesse che un avvocato, un atleta del Foro, avesse paura di chiedere la parola sopra un emendamento, o per una semplice raccomandazione. Ma era un’altra cosa, mio caro. L’eloquenza del tribunale, tutta infarcita di «attesochè», di «veniamo al merito», di «edifizi dell’accusa», con le facili riprese del patetico: «Signori giurati!» o del nobile: «La corte eccellentissima intenderà», non mi serviva a nulla, in quel nuovo teatro; non mi aiutavano le frasi fatte, non mi soccorrevano gli articoli del Codice, non mi salvava la giurisprudenza, che a farlo apposta offre argomenti e dà ragione a tutti, nella «soggetta materia». Ero là, su d’un terreno ignoto ed instabile: il mio banco mi pareva un proscenio, donde io dovessi attaccare una cavatina, mentre all’intorno stavano a sentirmi, a giudicarmi, duecento e più altre prime donne, soprani, mezzi soprani e contralti. Credetemi, Montegalda! a parlare la prima volta in una assemblea politica, ci vuole una buona dose di coraggio; a parlare con sicurezza, ci vuole molta ignoranza del vero pericolo. Io volli, ed ebbi la febbre. Intorno a me, mi pareva silenzio di tomba; le mie parole mi ritornavano all’orecchio, ora ingrossate a rumore di tuono, ora scemate, assottigliate in uno scampanìo lontano lontano, portato da un soffio di vento. Aggiungete che sentivo ridere, quando non mi pareva d’aver detto nulla di gaio, mormorare, quando mi sembrava di aver trovato un bell’effetto. Basta, come Dio volle, finii, e con nobile ipocrisia ricusai l’acqua inzuccherata che mi offriva un vicino. Ne avrei avuto tanto bisogno! Il mio maiden-speech mi fruttò molte strette di mano e la più grata fra tutte le parentesi nel rendiconto stenografico. Ero soddisfatto, liberato da un peso, e laureato oratore politico. Ma i giornali vennero a temperarmi il vino della gloria. Uno se la cavò con una frase: «L’onorevole tale fa osservazioni e raccomandazioni»; un altro mi fece dire l’opposto di quel che avevo detto; un altro, che mirava a dare «la fisionomia della seduta» mi trovò l’accento drammatico e mi paragonò ad un attor giovane in voga; un altro ancora (ed era un collega parlamentare) notò che abusavo delle metafore e che avevo parlato molto per la tribuna delle signore. Figuratevi! Sapevo proprio che ci fossero delle signore a sentirmi!
— Ognuno vuol dire la sua, si capisce! — notò il Montegalda.
— Lo so bene; — riprese il ministro. — Nel complesso non ebbi da lagnarmi, perchè non mi dissero un cane. A poco a poco mi agguerrivo; mi feci una eloquenza nuova, la parlamentare, piana, familiare, con qualche pizzico di sale, con qualche rara volata, molte parole, sopra tutto, molte parole per dire il meno possibile. A farvela breve, vinsi un ordine del giorno, e feci cascare un gabinetto. Almeno, così credetti allora; ma ad un altro ordine del giorno, e in condizioni più gravi, non feci cascar nulla. I ministeri, conte, cadono come le pere dall’albero, quando sono mature; e noi non ci abbiamo merito, nè con gli ordini del giorno, se si tratta di ministeri, nè con le scosse all’albero, se si tratta di pere. Quando un ministero ha fatto tutto ciò che doveva, e tutto ciò che non doveva, quando ha contentato quel certo numero e scontentato quell’altro, è maturo per la caduta, e gli uni e gli altri si associano per dargli il crollo. L’ordine del giorno è l’occasione; la maturità è la causa operante. Eloquenza, politica, ambizione, desiderio di fare.... quante vanità! Chi ve ne tien conto, nei giorni di prova? E allora si ritorna indietro, col pensiero, ai bei tempi perduti. Ma col pensiero soltanto! Bisogna restar sulla breccia. Se ve ne andate, dicono che vi sentivate mancare il terreno sotto i piedi. C’è troppa gente che ride apertamente; troppa che vi compiange a fior di labbra! Tutti i vecchi sdegni ci accompagnano, tutte le antiche rivalità, tutti i livori, tutte le invidie; perfino quelle della prima ginnasiale; perfino le antipatie che seguivano vostro padre, o vostro nonno, tutto vi accompagna, tutto vi segue, fino alla tomba. Là, siamo giusti, c’è la battuta d’aspetto; la marcia funebre della «Jone» e l’elogio commovente sulla fossa; la stonatura, e la bugìa. Ma qui, finalmente, direte voi, si riposa; c’è la posterità che può amarvi sinceramente, essa, quando tutte le ire contemporanee sorto morte. Ebbene, no, Montegalda! ci sono ancora i figli, o gli eredi dei vostri rivali e nemici; voglio dire i critici acuti e severi, che vi rifanno il processo, con le migliori intenzioni del mondo. Vedete quel ch’è toccato al Foscolo! quel che è toccato al Leopardi! O, per rimanere nell’ordine nostro, vedete che cosa s’è fatto del Mirabeau e via via di tutti gli uomini della Rivoluzione. Ci sono i figli dei figli, i pronipoti, non già delle vittime, ma degli stessi complici, degli stessi emuli e rivali, che lavorano con un gusto matto a demolirveli tutti. Vi dico, è una cosa sciocca, scalmanarsi tanto per la politica. Amate, mio giovane amico: amare vuol dire esser giovani e forti. Peccato che non si possa amare tutte le ventiquattro ore del giorno e tutti i trecento sessantacinque giorni dell’anno! Non pretendo già che non vada lasciato il suo giorno alle cure dello Stato. C’è ancora libero, per esempio, il trecentesimo sessantesimo sesto dei bisestili! Ed ora, ditemi amen, caro segretario particolare e confidente dei miei nervi, ditemi amen.
— Amen, Eccellenza! — rispose Almerico, ridendo. — E grazie, sopratutto, perchè mi ha data una buona lezione. Mi verrà in taglio; chi sa? —
VI. Dubbio e dilemma.
Quel giorno Almerico di Montegalda pensò lungamente su ciò che gli aveva detto il ministro. Prima di tutto per dare la parte sua alla gratitudine. Il suo ministro era davvero un amico, punto orgoglioso, e ad onta dei nervi, che qualche volta gli guastavano l’umore, sempre un buon figliuolo, come negli anni più verdi. Come era poco conosciuto, quell’uomo! E come ragionava bene! Era pericoloso stargli oppositore nell’aula, quando faceva i suoi discorsi, così forti di dottrina e densi di pensiero, così stringenti nella forma socratica dell’argomentazione, che metteva l’avversario con le spalle al muro, obbligandolo a darsi per vinto, o a fare una figura anche peggiore, col mostrarsi egli solo restìo, mentre gli ascoltatori erano già tutti persuasi; ma il resistere era impossibile addirittura nel discorso familiare, quando svelava il suo pensiero, rimasto così ingenuo e così puro nel lungo attrito e nei turbamenti continui delle gare politiche. Poi egli venne anche a pensare su certe osservazioni che il ministro gli aveva fatte.
— In che m’ha visto ilare? e di che? — domandava Almerico. — Sarei curioso di saperlo dal mio signor me. Ho sentito dire da uomini di valore, essere buono studio meditare sulle proprie idee, considerarne la formazione e ricercarne le origini. Sì, certamente, è un nobile studio, e più utile di tanti altri. L’uomo che sa esser giudice di sè medesimo, può esserne anche il correttore. Se il ministro mi ha veduto così sereno, è segno che lo ero. Ma perchè tanto mutato? Forse per la conversazione col Buonsanti? E che m’ha detto il Buonsanti, da rallegrarmi così? Da farmi ridere, passi; una risata non è ancora l’allegria, molto meno la serenità dello spirito. Che strana idea, quella dell’amico Buonsanti! Io pretendente?... Ah, sì, davvero, avrei scelto bene il momento! Eppure, perchè no? Il posto non è mai così libero, come quando un altro lo ha lasciato allora allora. Si leva un’immagine dalla cornice, e se ne sostituisce un’altra. Lavoro di scavazione, lavoro improbo, sotterraneo, da nichilisti, e per riuscir dove? Non già al trono, ma al patibolo; non già al sole del trionfo, ma ai geli della Siberia! E ancora, per nutrir la speranza, bisognerebbe possedere la fede, essere scaldati dall’amore. Son io forse innamorato? —
A questa domanda Almerico fece una pausa. Era grave, la domanda; bisognava pensarci due volte, prima di rispondere.