— È bellissima, non lo nego; — ripigliò, facendo l’esame di coscienza. — È anche un angelo di bontà. Ed io.... Sta a vedere che ci penso sul serio! No, no, non è possibile. Perchè, infatti, se mai c’è stato un pericolo, bisogna andarlo a cercare molto indietro. L’ho guardata assai, quando l’ho veduta per la prima volta. Che sera, al teatro Valle, dove si rappresentava per la prima volta la «Cecilia» del Cossa! Tutta Roma era là, intenta a guardare la scena. Io, me lo perdoni l’ombra dello Schiller italiano, guardavo spesso in quel palco, ammiravo molto quella figura stupenda, che mi faceva pensare. Ebbene, che male c’era? Guardando, mi parve più caldo e più bello il lavoro del poeta; gustai bellezze recondite, ebbi dal dramma sensazioni profonde, perfezionate da quella sensazione di.... Di che, vediamo, di che? Di maraviglia, di simpatia artistica, mi pare. Ad un certo punto aveva veduto entrare nel palco il conte di Riva, un mio compagno di collegio, e mi sembrò che fosse accolto assai bene, come un amico aspettato e desiderato. Tremai forse? Soffrii? Niente affatto. Massimo, qualche tempo prima, rivedendomi dopo anni ed anni di separazione, mi aveva fatto gran festa; poi aveva avuto occasione di domandarmi un servizio, una raccomandazione presso il ministro, a favore di un suo conoscente. Così fu rinfrescata la nostra amicizia, che non doveva più cessare. Sarebbe durata così, se ci fosse passata sopra un’ombra di gelosia? —
L’argomento era forte; parve irresistibile ad Almerico.
— Un giorno, — continuò egli, per averne l’intiero, — un giorno l’amico Massimo mi domandò: «Perchè non ti si vede mai in società? saresti forse un uomo salvatico? Voglio addomesticarti io, presentarti alla duchessa di San Secondo». Immaginai subito che fosse la dama del palco. In che modo si capiscono, queste cose? Via, non ci perdiamo in sottigliezze. Era la dama presso cui lo avevo veduto quella volta, ed altre parecchie dopo quella. Era assiduo, il più assiduo di tutti; aveva l’aria di un cavalier servente. Ecco perchè mi venne in mente che fosse quella dama, la duchessa di San Secondo, a cui voleva presentarmi. Non dissi nè di sì, nè di no, per allora. Una sera tornò a parlarmene; mi lasciai piegare e ci andai. Divenni presto un amico di casa, amico discreto, terzo non incomodo. La condizione è buona, quando il cavaliere primo occupante è gentile, riguardoso, e non ha l’aria di prendervi per testimone della sua conquista. Conquista, a dir vero, non ce n’era neanche; io non m’avvidi di nulla che potesse darmi sospetto; vidi anzi e certo fui (guarda dove si ficca una frase dantesca!) e certo fui che eravamo nel platonismo schietto. Bene! così va bene! E rimasi, gradito a lei, gradito a lui, non meno gradito al duca. Morì quest’ultimo, e fui uno degli intimi consolatori d’un dolore nobilmente sentito. E poi.... e poi, ho io mai invidiato il conte di Riva? No, mille volte no, e questa è una giustizia che mi posso rendere. Io non ho mai patito del brutto male. Ma per contro.... per contro, ecco una prova convincente che non soffrivo dell’altro male, che chiamano il dolce. E allora, di che mi turbo? Sì davvero, ho riso oggi, e di cuore. Quel Buonsanti ha delle idee così strane! Diamine! non ci sarebbe mancato altro, che io fossi innamorato di quella povera duchessa! —
Almerico di Montegalda fu molto contento del suo esame di coscienza, e sorrise, pronosticando bene della sua prima requisitoria. Era allegro, e se il suo ministro lo avesse veduto in quel punto, si sarebbe arrischiato a domandargli: — «Per caso, Montegalda, avreste guadagnato una quaderna alle finanze dello Stato?»
— Non siamo troppo allegri, per altro! — disse Almerico, temperando la sua contentezza. — È una buona amica, la duchessa; sopporta il dolore di una grave offesa, e dobbiamo pensare a consolarla, a risanare il suo cuore infermo. Ma sì, risanarlo; si ha pur da trovare il rimedio. L’amico Buonsanti ha delle idee strane, ma ne ha ancora delle buone. Ecco un vero amico, onesto, leale, a tutta prova. Ha le sue debolezze. Chi non ne ha! È un soldato che ama vivere i suoi anni di ritiro alla luce del mondo elegante. Ha lasciato il servizio con dignità e con gravità militare. Lo avevano saltato nelle promozioni, ed egli, fiera indole piemontese, non si è lagnato, non ha strepitato, non ha mosso cielo e terra, ha scritto una lettera breve breve, presentando la sua dimissione. Pregato a ritirarla, ha nobilmente resistito. Per fortuna, era ricco, e non ha avuto da soffrire del danno. Cuore ancor giovane, ha cercato nella vita signorile i conforti e gli svaghi che la vita militare non gli aveva sempre consentito. Frequenta i teatri, i circoli, le conversazioni, e lo chiamano un gaudente. Ha ragione, dopo aver fatto il suo dovere di cittadino. Il ministro vorrebbe l’amore e la gioventù; il Buonsanti va più in là, o resta più in qua; non vuol neanche l’amore, e si contenta della sua maturità. Ha mutato il collarino ritto nella cravatta bianca; gode il fresco e il soffice dell’abito aperto sul petto. E non è un egoista, no, perchè ama i suoi amici, povero Buonsanti, ma nel servirli mette lo stesso impeto delle cariche di San Martino e della Cernaja. —
Tornava in quel punto al pensiero di Almerico la furia con cui il commendatore Buonsanti aveva detto alla duchessa Serena tutto ciò che sapeva di Massimo, ed altro si disponeva a dirle, dopo ricevute le nuove informazioni da Napoli.
— È questo il suo metodo di cura; — disse egli. — E chi sa? può essere il buono. Verrà a capo egualmente di muoverla da Roma? Mi par difficile. Con chi viaggerà la duchessa? Se non si risolve egli di accompagnarla, prevedo un triste viaggio. Basta, ci ha da pensar lui, che ha avuta l’idea. A me non resterà che di appoggiar la proposta. Ah, bene! ecco il frasario politico che fa capolino! — esclamò Almerico, ridendo. — E il ministro, che mi ha consigliato con tante buone ragioni di fuggir la politica! Ma oramai è penetrata dappertutto, la politica; l’abbiamo perfino negli abiti, e ci ammorba, come il puzzo del sigaro. —
Si finiva con lo scherzo, come vedete. Sicuramente, e più che mai, Almerico di Montegalda era soddisfatto del suo esame di coscienza.
Quella sera, alle sette in punto, più calmo, sicuro di sè, desideroso di giovare, entrò nel palazzo di San Secondo. Trovò la duchessa sola nel suo salottino, e con un libro fra le mani. Un libro! il Leopardi, senza dubbio, od altro poeta del dolore. Ma no, a farlo a posta, con un libro gaio, o giù di lì; un libro di viaggi.
— Ah! — disse Almerico, vedendo il titolo: «Le regioni polari». — Si va al polo, con lord Dufferin, signora?