— Male! — gridò il Buonsanti. — È vero che tu saresti ora a Berlino, a Vienna, che so io, a San Salvador, ad Haiti, e noi non ti avremmo compagno in un’opera buona. —
Almerico non s’indugiò quella notte per le vie di Roma. Aveva nella tasca del soprabito un involto che gli premeva di deporre. Giunto nel suo quartierino, aperse lo stipo e collocò le lettere di Massimo in uno degli scompartimenti del fondo; poi si mise a passeggiare per la camera. Altro soliloquio, come potete immaginare.
— Perchè son triste? — diss’egli. — Ah, ecco, in fede mia, uno studio curioso. Oggi chiedevo a me stesso perchè fossi ilare; ora perchè son triste. Ma andiamo al fondo delle cose, poichè ognuna di esse ha la sua ragione. Quel diavolo del Buonsanti mi ha messo certe spine nel cuore! Vediamo, dunque. Sono innamorato, forse, e già soffro di vedere che ella ama ancor tanto quell’uomo, da pensare alla vendetta? Oh Dio! ma sono pur sciocco, io! Eccola lì, la prova, la pietra di paragone. Se sono innamorato, sono anche geloso, e leggo quelle lettere, e vi cerco le tracce di una passione che mi fa soffrire. Ma se non le leggo, se non sento neanche il desiderio di guardarle, è segno che non sono geloso, e che non sono innamorato. È un dilemma, questo, o non è? —
Stette un poco davanti allo stipo, rimirando le lettere, o per dire più esattamente, l’involto in cui erano chiuse. Finalmente distese la mano e riprese ciò che aveva poc’anzi collocato là dentro. Guardò la sopraccarta, che appariva recente, e il cordoncino ond’era legata in croce; la rigirò un pezzo tra le dita, e poi.... E poi gittò l’involto in un cassettino, rialzò la lastra dello stipo, chiuse con due mandate di chiave, e se ne andò subito a letto.
Ah, santi Numi! Il dilemma lo aveva aiutato a veder chiaro nei penetrali del suo cuore. Non era innamorato. E il cavaliere Buonsanti di Carpigliano, con tutte le spine che gli aveva messe nel cuore, con tutti i consigli che aveva creduto opportuno di dargli, poteva andarsi a riporre.
VII. La discrezione.
Seguirono parecchi giorni in cui non si parlò più di andare, nè di restare. Almerico di Montegalda e il cavalier Buonsanti erano assidui a palazzo San Secondo, e da leali amici adempivano l’ufficio di non lasciar sola nelle lunghe sere la bella addolorata. Donna Serena appariva tranquilla, com’era sempre stata; forse più pensosa dell’usato, per chi la conosceva tanto e quanto; distratta e facile alle mute concentrazioni, per chi viveva in maggiore intimità di consuetudini con lei. Di solito, faceva molte parole in principio, come per animare i suoi gentili visitatori; poi, mentre quei due s’infervoravano nella disputa, ella a grado a grado si faceva fuori del giuoco, spettatrice in apparenza, ma nel fatto, poi, tutta intesa a seguire il corso di un pensiero dominante, che offuscava i suoi grandi occhi e increspava la sua candida fronte. Allora, non più attacchi del Buonsanti, o difese di Almerico; ci voleva un silenzio improvviso, per farla ritornare alla coscienza del luogo e dell’ora. — «Perdonate, pensavo....» diceva allora; e si sforzava di sorridere, mentre Almerico abbassava gli occhi, e il cavaliere Buonsanti, forte di una maggiore autorità e di una maggior confidenza, batteva le labbra ed aggrottava le ciglia.
— Non ne verrai a capo; — diceva Almerico al Buonsanti, quando escivano insieme da quelle conversazioni serali. — Ella non seguirà il tuo consiglio.
— Ti ho proposto di scommettere! — rispondeva il cavaliere.
— Sì, di riescire in una settimana; — replicava Almerico; — e la settimana è passata.