— Bene! allora è cosa fatta, — ripigliò l’altro. — Così non può durare più a lungo. Al primo discorso maligno, o soltanto impreveduto, di qualche cara donnina, o di qualche bel cavaliere, vedrai che non regge più. Quest’oggi, caro mio, era giorno di visite. Ero presente, ed ho capito che ci voleva poco più di quello che è stato detto, per farle perdere la pazienza.
— Che cosa le hanno detto?
— Ma.... che so io? i soliti accenni lontani. Il nome di Massimo è venuto fuori una volta. Io ero là, con tanto d’occhi, ed ho veduto le contrazioni del suo volto. Guai se ritornava qualcuno a nominarglielo! —
I giorni passarono, e seguitava il silenzio sul capitolo dei viaggi, quantunque il volume di lord Dufferin fosse ancora e sempre sul tavolincino di lacca giapponese. Ma il Montegalda e il Buonsanti avevano egualmente mantenuto il patto di non accennare in alcun modo al conte di Riva.
Alla fine del sesto giorno, il Montegalda disse all’amico:
— Caro mio, preparati a pagarmi la discrezione.
— Perchè?
— Perchè siamo alla fine del sesto giorno, e domani si chiude.... per Roma.
— Ah, davvero? — mormorò il cavaliere, ammiccando co’ suoi occhi celesti sotto le folte sopracciglia. — Come passa il tempo! —
E si fermò su quel vecchio epifonema; poi mutò discorso, come un uomo seccato.