Il giorno appresso era ancora giorno di visite, a palazzo San Secondo. Il cavaliere Buonsanti non si fece vedere nel salotto della duchessa. Ma andò, e mezz’ora prima di tutti, la marchesa Terenziani. Da oltre una settimana Donna Flora non vedeva la sua giovane amica. Già, che volete? la povera signora non si ritrovava bene in quei luoghi, dove non c’era da stare allegri. Era fatta così: teatri, feste, veder gente, stare in mostra, brillare, anche di luce riflessa, ma brillare: quello era il fatto suo. I dolori del prossimo le facevano troppa pena; perciò, dovunque ne fiutasse uno, si tirava indietro alla svelta. — «Se si tratta di dispiaceri, ne ho troppo di quelli che mi dà ogni mattina il mio specchio», diceva ella ne’ suoi momenti di sincerità.

Donna Flora fu accolta dalla duchessa come se fosse stata appena il giorno innanzi a vederla. Serena non era permalosa; e poi, non domandava consolazioni, non ammetteva che le amiche avessero a dargliene, in un caso delicato come il suo. Ma la Terenziani era un’amica intima, un’amica matura, e da lei la duchessa poteva stare a sentire ogni cosa. Infatti, ella non s’inalberò, quando la marchesa, venendo subito a mezza spada, le disse:

— Cara mia, fai male a startene così rinchiusa. Bisogna far tacere le male lingue.

— Su che? — domandò Serena, tenendo gli occhi bassi, in atto di guardare il suo tappeto persiano.

— Su tutto quello che vogliono dire, interpetrando a modo loro le tue sparizioni; — rispose la marchesa. — Per esempio, dà molto da dire il tuo palco sempre vuoto, all’Apollo.

— Vuoi andarci tu? — disse allora Serena. — Così non sarà più vuoto e le male lingue non avranno più da fare osservazioni.

— Grazie, accetterò per domani, che è serata di gala. Ci sarà la regina, sempre cara, sempre bellissima. Poi, si aspetta anche l’ambasciata birmana. Saranno le prime maschere di questo carnevale, con le loro zimarre di raso e i loro cappellacci di metallo lucido. Ma bada, Serena mia, non salveremo niente. Le male lingue diranno: «Come! la Terenziani sola? E la San Secondo? Già, si capisce; tutta nel suo dolore». E si dirà anche più che non si sia detto finora. Quantunque.... — soggiunse Donna Flora, — si è già detto abbastanza. Ieri, vedi, non ti dirò dove, perchè si dice il peccato, non il peccatore, ieri mi hanno domandato così a secco: «Che fa Calipso?» Io ho finto di non capire, ed ho chiesto spiegazioni, che naturalmente non hanno voluto darmi. Infine, mia cara Serena, vorrai dirmi perchè ti ostini in questa tua solitudine?

— Non sono sola; — rispose Serena. — Vengono parecchi amici a trovarmi. E che si credono, poi? Che io pianga e mi disperi, come Didone abbandonata?

— Non crederanno tutto questo, davvero. Sai bene che i maligni credono poco alle lagrime. Ma al dispetto, al malumore, sì, certamente, ci crederanno. Ti consiglio di farti vedere, per confonderli tutti.... e tutte.

— Tutti.... tutte!... — esclamò Serena. — Tutta gente che mi annoia! Perchè occuparsi tanto dei fatti miei, quando io non mi occupo punto dei loro?