— A Milano?

— Sì, a Milano.... od altrove! — rispose Serena, traendo un sospiro tanto fatto.

Oramai non ci reggeva più. Se quei due continuavano, ella perdeva la pazienza di sicuro.

— Come t’invidio! — entrò a dire la Sant’Oronzio, movendosi a compassione. — Non c’è niente di così brutto, come il restare inchiodati per tutta una stagione a casa sua. Se mio marito non avesse quella benedetta politica!... Ma che vuoi? Quando non c’è di mezzo il Senato, salta in ballo il Municipio; e così, tra palazzo Madama e il Campidoglio, siamo condannati all’eternità di Roma. —

La conversazione andò avanti così, maravigliosamente vuota; nè io posso infarcirvela di bei pensieri, che non vennero sotto le mani di nessuno, o di dottrina o di cognizioni utili, che non ci avrebbero proprio che fare, e m’allontanerebbero anche dalla descrizione del vero. Giunsero altri visitatori, e se davvero non dissero le stesse cose, potete star certi che ne trovarono altre della stessa importanza. Imitando la Sant’Oronzio e i fratelli Siamesi, la marchesa Flora Terenziani avrebbe voluto prender commiato; ma Serena trovò il momento opportuno per bisbigliarle all’orecchio:

— Aiutami un poco a portar questa croce. È troppa fatica per me. —

Così la marchesa Terenziani era rimasta, apparendo a tutte le nuove visite come la penultima arrivata. Quando finalmente fu chiusa la serie, e la duchessa ebbe salutata con un gran respiro la sua liberazione, Donna Flora chiese alla sua giovane amica:

— Dunque, tu parti davvero?

— Sì; — rispose Serena; — tu stessa mi hai fatta risolvere.

— Ne ho piacere; — disse la marchesa; — ed anche mi rincresce. Son io la prima ad aver danno dai miei consigli.