— Buonsanti! — interruppe Serena.
— Sia pure, non le nominiamo; — ripigliò il cavaliere. — Diremo invece due delle tre.... Che cos’altro c’è di tre, nella storia? Ah, ecco! le tre parti del mondo.
— Come? — esclamò Serena, non potendo trattenere un sorriso. — Non sono più cinque?
— Può darsi benissimo che lo siano; — rispose il cavaliere, che dava un legittimo sfogo al suo buonumore. — Ma io ricordo Arlecchino nel suo esame di geografia. Il professore, incominciando lui a sbagliare, gli domandò quante fossero le quattro parti del mondo. «Son tre» rispose Arlecchino. «Oriente.... e Levante». Ma basti con gli scherzi. Torno a domandarvi: dove si va?
— Scegliete voi, cavaliere. Anche fra i Turchi....
— No, fra i Turchi, no! — disse il Buonsanti, spaventato. — Mi farebbero Caimacan, come è successo a Taddeo de’ Taddei, nell’«Italiana in Algeri». Se permettete, scelgo Parigi. Agli occhi di tutta la Francia.... di quella almeno che passeggia sui «boulevards», passerò per il marito della più bella donna d’Italia, e ciò mi darà un’aria di principe. «Tiens! tiens!» diranno, ammiccando «cet affreux barbon, quelle chance!» ma non temete, duchessa; mi farò radere i baffi, e sembrerò un vecchio cherubino. —
Udendo quella chiacchiera del gaio cavaliere, non si poteva non ridere.
Sopraggiunse Almerico, e fu grande il trionfo del Buonsanti, quando egli udì dalle labbra della duchessa quel disegno di partenza.
— Sapete, Montegalda? — aveva detto Serena. — Partirò, per contentare gli amici.
— Benissimo! — rispose Almerico. — Era anche il mio desiderio.