— E tu non verrai? — domandò il Buonsanti. — Ce n’è anche per te. Ti passeremo per il legittimo sposo della marchesa Flora, o della signora Tuta, a tua scelta.
— Ahimè! — disse Almerico. — Se anche potessi scegliere, non me lo permetterebbe il mio ministro.
— Come? è così feroce, così tiranno, il tuo signor ministro? Avrebbe egli così poca grazia e così poca giustizia, nel suo portafogli, per negarti un permesso?
— No, son certo che non me lo negherebbe; — rispose Almerico. — Ma è impossibile che io lo desideri. Il mio è un posto di fiducia, che non ha surroganti. Per me ci sono tutti i permessi immaginabili, e non ce n’è nessuno, perchè io non vorrei domandarlo.
— Capisco; — disse il Buonsanti; — capisco, e ti lodo. Non se ne parli più. —
Non parlò più, davvero, il buon cavaliere. E quando uscirono dal palazzo San Secondo (era l’ora, come sapete, delle confidenze scambievoli) non si ragionò fra i due che della vittoria dell’uno e della sconfitta dell’altro.
— Hai perduto, Montegalda; — disse il Buonsanti. — Hai perduto. —
— Ma!... proprio all’ultim’ora; — rispose Almerico. — Devi esser sincero, e confessare che hai rischiato di perderla tu, la scommessa.
— Sì, lo confesso; ma che ti giova? Non è che un punto, quello per cui si guadagna. Quel punto è stato per me, dolce amico, e tu mi pagherai la discrezione.
— Saprai contentarti, m’immagino.