Lo ricorderò sempre; era un bel dì d’aprile, e la primavera, confortata dai raggi d’un benigno sole, alitava d’intorno le sue aure tepide e molli. Non triste, poichè nessuna cagione di tristezza poteva albergarmi nell’animo, ma tranquillamente pensoso, siccome l’uomo che, solingo in terra, consideri il suo cammino vitale, su cui non appariscano stagioni nè meta, m’ero ridotto nella chiesa del glorioso apostolo dell’Inghilterra, mentre i monaci salmeggiavano intorno all’altare e una sacra armonia accompagnava le note. Si udiva colà lo strumento maraviglioso, che è detto organo, e migliore a gran pezza che non fosse il celebratissimo della chiesa di Westminster, imperocchè questo di Sant’Agostino era più recente opera di un frate del monastero, e, come già allora in alcuni organi d’Italia e di Lamagna, vi si ammiravano più ordini di voci gravi ed acute, e tra essi l’umana, che è veramente angelica cosa. Molti cittadini, e dei maggiorenti della terra, convenivano al tempio per ascoltare i suoni di quella voce, che, cercando ogni fibra, si ergeva solennemente a Dio, portandogli, raccolti in un inno di lode, tutti i commovimenti e l’estasi degli uditori. La musica è anch’essa una preghiera; quel misto di desiderio e di appagamento, quell’incognito indistinto di soavi tumulti e di rapimenti dell’animo, bene risponde ai sensi della creatura, allorquando ella si raccoglie e si concentra in sè medesima, per innalzarsi al suo Dio.
E in quella che io chiamerò onda, vapore, incenso di melodia, vidi l’angelica donna. La vidi? Meglio sarebbe il dire che n’ebbi come un bagliore negli occhi. Stava ella dall’altra banda del tempio, ove si raccolgon le donne, in piè ritta nel vano d’un arco della grande navata, poco lunge dalla tribuna. La manca chiusa in un guanto di Spagna, che saliva a coprirle il polso e una parte del braccio, poggiava sopra lo scannello dell’inginocchiatoio, mentre la destra, raccolta al petto, si ripiegava su d’un uffiziuolo, ornato di bei fermagli d’oro. Come fosse bella, m’è impossibile il dire. Da lunghi anni la sua immagine è scolpita nel mio cuore; il pensiero se la raffigura ad ogni istante, ma le parole non reggono al paragone. Aveva neri i capegli e lucenti sotto lo zendado bianco, in cui erano a mezzo ravvolti; nè lo zendado agguagliava la candidezza del collo, cui scendeva a carezzare co’ suoi lembi ricadenti. La fronte ampia, nitida e perlata, su cui scintillava uno smeraldo raccomandato ad una sottil catenella d’oro, mostravasi illuminata da un mite raggio di sole, che rischiarava la profondità di due grandi occhi neri, e faceva risaltare i delicati e in un grandiosi contorni del viso, i morbidi alabastri delle guancie e il corallo tenero delle labbra semichiuse, donde pur mo’ era esalata la preghiera. Niente dissimulava la rilevata leggiadria della persona, nè cappuccio, nè manto, che forse avealo qualche paggio, o donzello, preparato in sull’uscio; la cotta, che era di sciàmito verde divisato a fogliami, stretta al corpo da una cintura sprangata d’oro che s’annodava sul lato sinistro, donde pendeva la borsa di drappo cremisino trapunta di bisantini, si rigirava sul fianco tondeggiante, e qui si partiva in picciole pieghe, le quali si veniano man mano allargando e si voltavano a strascico.
Certo ell’era donna d’alto lignaggio; ma, così bella e superbamente ornata, non appariva altrimenti lieta. L’atto suo era di meditazione; ma que’ grandi occhi neri guardavano essi l’altare, o non per avventura più lunge? A me parve in quel punto cosa più che mortale; bellezza di cielo venuta in terra a mostrare miracolo che sia, anima prigioniera che anela a lontane regioni e si perde nella contemplazione d’una vita arcana, d’un mondo invisibile, che ella indovina, o ricorda. E rimasi lungamente estatico a riguardarla; non vidi nessuno, nè intorno a me, nè più oltre. La chiesa era splendida e buia; sole e tenebre nell’ampio recinto; luce dov’ella era, oscurità in ogni altro luogo; o, per dire più veramente, era dessa la luce (perdonate, mio Dio!), e quella gran luce copriva, offuscava, nascondeva intorno intorno ogni cosa.
Quanto durasse quella mia contemplazione non so. Ben m’avvidi ad un tratto che l’organo taceva e i sacri canti del pari; il tempio era quasi vuoto, la celeste visione sparita. Restai come trasognato alcun tempo, indi corsi, volai all’aperto, ma senza vederla altrimenti; quantunque errassi a lungo per le vie più nobili della città, dove mi sembrava ragionevole che ella avesse dimora. Del resto mi venni chetando, chè il colpo, sebbene gagliardo, era troppo recente, perchè io già sentissi le trafitture della ferita, e poi, in simili congiunture, pari ai silenzi precursori del nembo, l’uomo sente tal fiata il bisogno di raccoglier gli spiriti. Io indagavo me stesso; sentivo con stupore, per la prima volta, e di punto in bianco, la mia vita esser piena di qualche cosa, e, quantunque non potessi farmene ancora un giusto concetto, oramai volta ad un fine; frattanto sorbivo la voluttà delle prime speranze, divisavo nell’animo gli ostacoli vinti, i pericoli superati, le gioie ottenute.
Non pigliai lingua da nessuno; ai mercatanti che conoscevo in città non chiesi contezza di lei, nè indizio anco lontanamente inteso a scoprirla: chè mi sarebbe parso di profanare con atti volgari il dolcissimo sentimento nato quel dì nel mio cuore. Presi in quella vece ad andare ogni giorno alla chiesa, sempre sperando e mai non venendo a capo di rivedere la bella sconosciuta. Che era egli accaduto? Forse inferma? O il mio rapimento era stato notato? Imperocchè, anche ciò era possibile; se così ero stato io fuori di me, da non avvedermi del finire degli uffizi divini, la mia estasi aveva certamente potuto dar negli occhi ai vicini, e a qualche geloso tra essi. E cotesto, intravveduto da prima, indi ricisamente paventato, mi fece più guardingo e peritoso a chieder di lei.
Infine, più non la vidi. Sogno svanito! — dissi un giorno tra me. Pazienza, povero illuso! L’Oceano vuol la sua preda; torna al tuo mare, torna al tuo vecchio amore, che ti perderà, non dubitare, come potrebbe perderti l’amor d’una donna.
II.
La Ventura stava per compiere in que’ giorni il suo carico, a ciò invigilando Lanzerotto, il mio còmito. Io non avevo gentiluomini di poppa con me, sebbene la mole della galera, accomodata ad uso di guerra e di traffico, avrebbe potuto ragionevolmente consigliarmi a tôrre compagni. Padrone della nave e desideroso di fare in ogni cosa il mio talento, avevo amato meglio esser solo al comando, e Lanzerotto, dal canto suo, siccome è uffizio dei còmiti, oltre il comandare alla marinaresca e alla ciurma e dirigere la manovra delle vele e degli ormeggi, era maestro nell’arte di stivar le galere.
Avevo divisato di portare le mie lane in Ispagna, non volendo perigliarmi più oltre nel canale inglese, dove, per la guerra incominciata tra Edoardo III Plantageneto e Filippo VI di Valois, non era più sicura la navigazione da quattro anni in poi. Già tra le due armate nimiche si era ferocemente combattuto nelle acque di Fiandra, e in un viaggio precedente, aizzato da una nave britanna che non rispettò lo stendardo di San Giorgio, avevo dovuto far arme in coperta e, col divino aiuto, affondare il nemico. Siffatti scontri non mi piacevano, imperocchè io non avessi odio contro nessuno; laonde da due anni non solevo più veleggiare alla Schiusa, per recare o levare mercatanzie dall’emporio di Brugge.
Ora, mentre io dava opera agli ultimi apprestamenti della Ventura, triste in cuor mio ed impaziente ad un tempo, mi venne scorto un giovine inglese, più notevole in vista di tanti altri che per solito si soffermavano sulla riva a guardare le navi, quantunque e’ non fosse meglio degli altri all’arnese. Il saio e le calze di bigello, con sopravveste e cappuccio di mezzolano, lo dicevano marinaio; solo che, nel muoversi, non aveva quell’andatura incerta che il continuo dondolìo della nave conferisce alla gente di mare, e i suoi capegli erano più lunghi che l’uso de’ suoi pari non comportasse. Ma forse in ciò era da condonarglisi un poco di vanità giovanile, poichè quelle ciocche bionde contornavano assai bene quel viso piacente che nulla più. Lo notai, dico, essendo che egli rimaneva sul lido più a lungo d’ogni altro viandante curioso, e parecchie volte, occorrendomi di andare e venire sul ponte di sbarco, sempre lo avevo dinanzi, come desideroso di darmi negli occhi. Non argomentando allora che cosa potesse bisognargli da me, proseguii noncurante nelle mie faccende; ma egli, il giorno appresso, fattosi animo, pose il piede sul ponte e venne diffilato in coperta.