L’anima mia è triste fino alla morte. Ma l’autunno è già innanzi; la natura si spoglia senza rimpianto de’ suoi ultimi colori, e si dispone al riposo; i pioppi in riva al fiume si sfrondano, e le foglie portate dal vento battono frettolose alla mia finestra, quasi per dirmi: sbrigati, vicino; bisogna partire. Ah! l’ora della partenza sarà lieta per me, se Iddio mi avrà perdonato.
A frate Anselmo ho confessati i miei falli, non disvelato tutto me stesso. Qui lo farò, al vostro cospetto, o Signore. Se alcuna delle mie parole sentirà troppo degli ardori della carne, non vi sdegnate con me. Fu opera vostra questo fervido cuore, nè io maledirò ai vostri doni. L’anima rassegnata vi ringrazia delle afflizioni e vi domanda la pace del sepolcro.
Dirò il mio nome, io che nulla feci di utile, io che, venuto meno a tutte le impromesse della mia gioventù, lo recai oscuro alle porte del chiostro? In penitenza della smarrita via lo dirò: Gentile Vivaldi fu il mio nome tra gli uomini. Chiari furono i miei maggiori, e nella patria loro, a cui prego concordia e temperanza pari alla grandezza di sue fortune, tennero amplissimi uffici, sebbene, la più parte, amarono le ardite intraprese ed anteposero il mare alla terra. L’aquila dei Vivaldi s’allegrò nella vista dei flutti; fu chiamata sovra essi da un’arcana virtù, siccome l’ago calamitato è attratto dalla stella polare.
Furono antenati miei che, or fanno i sessanta anni, navigando oltre le colonne d’Ercole, discoprivano le isole dei Corvi marini e quell’altra che aveva a costare tante lagrime e tanti rimorsi al loro sciagurato pronipote. Nè a ciò si fermarono; chè, procedendo ad ostro, scoversero le isole Fortunate degli antichi, e animosi voltarono il capo di Gòzola, d’onde più nuova di essi non giunse alla patria. Ugolino e Vadino de’ Vivaldi il nome loro; le navi, già possedute da Tedisio Doria, che fu ad essi compagno nell’impresa, si chiamarono Sant’Antonio e Allegranza. Dalla spiaggia natale avevano salpato le àncore nel maggio 1291, siccome vidi scritto io medesimo negli annali della patria, la quale saviamente adopera notando con diligenza ogni cosa che torni ad utile suo e a gloria dei figli.
Che avvenne egli mai? Ruppero miseramente le galere sulle ultime rive africane? O, ricondottesi in alto, le imprigionarono i mari di alighe, terribili al nocchiero per le loro calme insidiose? O, più felici, afferrarono l’isola di San Brandano, che molti videro e a cui nessuno approdò? Comunque sia, glorioso e fatale alla mia gente fu il mare. Anche di Benedetto, mio padre, partito nell’anno 1326 a discoprire nuove terre insieme con Angelino del Moro, non si ebbe più nuova sicura.
Ed io? Se le onde ricusarono questa misera spoglia mortale, ben vollero la pace dell’anima mia. Anche me giovinetto allettarono i fragori del mare tenebroso, e cercando del padre (così dissimulava le sue vie il destino!) navigai verso i paurosi gorghi, ne’ quali il sole s’inabissa ogni sera. La mia nave, ch’ebbe a nome la Ventura, corse i flutti fino al capo di Gózola, si perigliò fino a quelle isole dei Corvi, dove invero non sono corvi, ma falchi, astori e cani marini, cacciatori pazienti delle vittime che l’audacia umana offre in tributo all’Oceano.
Vissi parecchi anni in tal guisa. La mia patria, guasta da intestine discordie, non aveva lusinghe per me. Il mare erami divenuto patria, il mare che era mio fino a tanto io non diventassi suo. Avido dell’ignoto, che già aveva inghiottito alcuno de’ miei, amavo su tutti gli altri i flutti che ruggivano oltre lo stretto di Septa. Colà in altri tempi era stata l’isola d’Atlantide, di cui narrarono i sacerdoti egiziani a Solone, così vasta che più non sono Asia e Libia riunite, e un giorno sommersa per virtù di tremuoto, insieme col suo gran popolo di conquistatori. Che rimase egli della gran terra? Poche isole deserte di rincontro allo stretto. Ma forse più oltre, chi sa?... Seneca lo ha scritto; giorno verrà, sebben tardi, che l’Oceano rallenti i suoi vincoli e un’ampia regione si mostri; un altro nocchiero discoprirà nuovi mondi, nè più tra le terre conosciute sarà ultima Tule.
Quel mare io correvo; dai confini dell’Africa, donde si tolgono le resine e le polveri preziose che tutta Europa dimanda, risalivo alle coste d’Iberia e di Lusitania e su fino ai porti di Fiandra, ove gli aromi della famosa terra del Sole si mutano coi famosi tessuti, sfoggio delle nobili case. Di là veleggiavo all’Inghilterra, ricca cosiffattamente di lane, che spesso incontri monistero o badia che possa fornirti il carico intiero.
Dell’Inghilterra erami sopra modo piaciuta la città di Bristol, che siede dalla parte occidentale, nella contea di Glocester. È dessa un ragguardevole emporio, presso a due fiumi, che uniti scorrono per lunga e profonda foce al mare, di guisa che le navi hanno agio di avvicinarsi alla città, risalendo il canale. Nobili edifizi l’adornano, tra i quali l’abbazia di Santo Agostino, stupendo lavoro d’architetti normanni. Colà, nel luogo sacro al raccoglimento e alla preghiera, mi venne veduta la donna che prima ed ultima amai.
A venticinque anni, io non aveva ancora sperimentati i colpi d’amore. Niente era ignoto delle umane lusinghe alla mia libera gioventù; ma l’arcana dolcezza, che c’inonda come celeste rugiada, alla vista d’una donna, di una sola tra tutte, ma la fiamma intensa che affina il desiderio e lo eterna, come sacro fuoco nel profondo del cuore, erano cose nuove per me. Un affetto mi ardeva, il mare; una sete, l’ignoto; ad altro non si volgeva, di null’altro curava il mio spirito. Possanza effimera, pace in un punto rapita!