— L’ospite è padrone — disse il notaio.

— E la lingua nostra — soggiunsi, inchinandomi per ringraziarlo — ha confuso in un solo vocabolo colui che dà l’ospitalità e colui che la riceve.

— Filosofia del linguaggio! — esclamò l’ospite, mettendo amorevolmente il suo braccio sotto a quello dell’ospite, per condurlo nella sala da pranzo.

Così venni, o lettori, in possesso del mio bel trovato. Ma l’interruzione del manoscritto fu cagione di lunga scontentezza per me, che il mutar di luogo e l’avvicendarsi di molti casi tra malinconici e lieti, non valsero a cacciarmi dall’animo. Troppo spesso mi si facea vivo il ricordo, e sempre cuoceva, come se fosse stato un rimorso. Eppure, non era colpa mia se le indagini non andavano di pari passo col desiderio. Nè a Torino, nè a Milano, avevo potuto correre in quell’anno; a Roma fui per entrare un giorno, ma il genio protettore dei ferravecchi, col quale avevo fatto di soverchio a fidanza, non si degnò di aprire, e noi non si aveva una di quelle chiavi famose, che, tre anni di poi, dovevano vincere la toppa rugginosa di porta Pia.

Intanto tra me e fra Gualberto durava il vincolo antico, nè io potevo camparmene. Come il vecchio malnato delle Mille e una notti, che s’era accavallato al collo di Sindbad il marinaio e non c’era verso che questi potesse sgabellarsene, il monaco s’era impadronito di me, mi dava ad ogni tanto di sproni, nè io ottenni di levarmelo di dosso, se non quattro anni più tardi, allorquando finalmente mi venne fatto di metter piede nella biblioteca Vaticana, ove giaceva ignorato il secondo volume delle sue Confessioni. Ignorato, sicuramente! In mezzo ai codici, quasi tutti palinsesti, che recavano la scritta: Liber sancti Columbani de Bobio, stava il poverino dispaiato, e siccome niente di esso, nè sulla coperta, nè dentro, richiamava il titolo vergato nel primo volume, così questo secondo era notato a catalogo col modesto contrassegno: Anonymi Bobiensis quae extant. Fu questa gretola dell’anonimo che mi diede nell’occhio, mentre io già disperavo di trovare il fatto mio; cercai il libro, e, vedete fortuna! gli era proprio quello, la continuazione del manoscritto di Bobbio.

Con che animo mi facessi a leggerlo, argomentino i discreti lettori. Così gradita tornasse loro la lettura di questa mia, che, se non è una versione pedissequa, è pur tuttavia più fedele di tante e tant’altre. Per quanto è degli eruditi, io son certo che eglino, se non leggeranno con diletto la mia prosa, godranno largamente della scoverta di un preziosissimo testo, il quale uscirà tra non molto alla luce, nè più negheranno fede all’Alcaforado, al paggio del principe Enrico di Portogallo, sulla cui testimonianza soltanto poggiava finora la storia singolare, oggi comprovata dal manoscritto di Bobbio.

Or dunque, ci siamo; incipit liber confessionum Gualberti monachi.


LE CONFESSIONI DI FRA GUALBERTO

I.