Con tali parole confortavo lo spirito. Anche il vento, che spirava a seconda, parea recarmi gli auspicî, ed io li avrei colti, mettendo subitamente alla via, se non mi fosse bisognato aspettare fino a notte la fuggitiva coppia fraterna. Indettato da me, Lanzerotto erasi partito col palischermo, ancora tra lume e buio, per non dare negli occhi alla gente, e s’era appiattato in una cala non molto lunge da Bristol, dietro la riva degli Ontàni, in attesa di due passeggieri.

Essi furono puntuali. A notte alta, un picciol lume, che parea scorrer sull’acqua, mi additò il palischermo, che veniva a golfo lanciato verso di noi.

Poco stante, giungeva all’abbordo, ed io potei offrire la mano alla dama, per aiutarla a salire la scala.

— Grazie, messere! — mi disse il gentiluomo, poichè fu a sua volta in coperta. — Il vostro nome, che ieri non ho ardito di chiedervi?

— Gentile Vivaldi.

— E il mio è Roberto Macham, vostro debitore per tutta la vita.

— Aspettate — dissi a lui di rimando — che gli uffici dell’ospitalità siano compiuti, e che la Ventura vi abbia condotto alle rive di Francia. E voi, madonna, degnatevi di entrare in casa vostra. —

Per la seconda volta presi la mano di lei. Quella mano tremava. Il volto non vidi, chè era coperto da un fitto zendado. Ma, come fu giunta nella camera sotto il castello di poppa, che io di buon grado m’ero disposto a cedere ai due ospiti, ella si fece a ringraziarmi in francese, nella lingua prediletta alla nobiltà d’Inghilterra, tutta normanna di consuetudini, come era d’origine.

Furono poche parole, dette con voce tremante, ma dolce, soave, carezzevole, che mi scese nel cuore.

Indi, con atto cortese, recatasi la mano al lembo dello zendado, lo trasse indietro, discoprendosi il viso.