Dio santo! la mia sconosciuta!
III.
Qual fui allora? Quale scompiglio avvenne in ogni parte di me?
Poco rammento di quell’istante solenne, donde ebbe a dipendere tutta la mia vita. Al sollevarsi di quel velo, mi s’era, come per virtù d’incantesimo, disserrato un mondo di nuove meraviglie. Quelle favolose narrazioni, quei sogni della fantasia coloriti di storia, con che i naviganti, nelle lunghe ed eterne giornate di calma, sogliono ingannare il tempo e sè stessi, erano un nulla al paragone di ciò che a me largiva in un tratto e di ciò che mi facea sperare il destino. Egli fu un punto che credei di sognare, e ben dovetti richiamare alla memoria il colloquio coll’infinto marinaio, la partenza della galera e l’arrivo del palischermo, per sincerarmi che non ero in balìa di una larva ingannevole.
Di lei ricordo che aveva il volto vermiglio e quasi non ardiva fissar gli occhi su me. Anch’ella era in un mondo diverso di ogni costume a lei noto. Povera donna! Divelta dalle sue consuetudini, dalla quiete delle pareti domestiche, dai conosciuti sembianti delle ancelle, dai cortesi ragionari, dai delicati ossequii, da tutto quanto in fine fa parer comportabile la vita, e sbalestrata di repente su d’una nave, tra mezzo a gente ignota, a squallide vesti, a ruvidi parlari, ad ammirazioni che stringono il cuore di ribrezzo e paura, e quel che è peggio, sul mare infido, che anco ai più animosi non dissimula i sovrastanti pericoli, larga e dolorosa parte del caso, come avrebbe potuto rimanersi lieta e serena?
Non so che giudizio ella facesse del mio turbamento. Forse non vi pose mente, turbata come appariva ella stessa. Per quanto era di Macham, egli non se ne addiede, imperocchè veniva dopo di me, ed io ebbi agio di riavermi.
Chiesi a madonna se avesse mestieri di cosa alcuna a quell’ora.
Di riposo, mi disse, e di vedersi, quanto più speditamente per noi si potesse, lontano dall’Inghilterra.
Risposi ciò metter conto a me, come agli ospiti miei; non temesse ella, chè a guadagnar presto le rive di Francia avrei fatto ogni mia possa; intanto riposasse tranquilla. Indi presi commiato da lei, dolente che sulla mia nave non fosse, come avrei voluto, una donna a servirla.
Macham le favellò con tenerezza ineffabile e con riverenza del pari. Anzichè ad una sorella, parea favellasse ad una regina e volesse farsi perdonare d’averla salvata. Nè ciò mi spiacque in lui, chè anzi n’ebbi buon segno della sua gentilezza. Poco dopo, anch’egli si ritrasse, ed io gli fui guida al gavone di poppa, che era sotto la camera d’Anna. In quello stambugio, che prendeva il suo lume dalle cantanette praticate nel bordo, soleva alloggiare il còmito; ma Lanzerotto se n’era ito coi marinai nel gavone di prora, e noi due mettevamo stanza là dentro. Lo lasciai, cionondimeno, poichè gli ebbi additato il suo rancio, e rimontai in coperta per sovraintendere alla manovra.