— Che farai del ronzino? — gli chiese il vostro gentiluomo.

— Lo lego a quest’albero — rispose quell’altro — e poi lascio un mestiere che, dopo essere stato troppo dolce, potrebbe sapermi di amaro.

— Generoso William! — disse la dama, sporgendogli la mano da poppa — voi siete un leale amico. Che farete voi ora?

— Io? tiro via per Saltford e chi mi aggiunge ha da essere buon veltro. Domani torno il cavaliere di Blackstone, che vi seguirà in Francia, ma per altra via e per altra cagione.

Così ebbe fine l’impresa; noi diemmo dei remi in acqua, l’altro di sproni nei fianchi al corsiere, e il resto lo sapete voi, messer Gentile, al pari di me.»

Questo racconto, del quale ebbi poi a saperne più addentro, mi chiamò spesso alle labbra il sorriso. Ero felice, e l’esito di quella fuga aveva recato la mia felicità; però benedicevo in cuor mio a quel gaio cavaliere di Blackstone, che aveva aiutato così validamente il fratello, senza alzare i suoi desiderii alla sorella, e sfidato per amicizia gli sdegni d’un pretendente, che era spalleggiato dal re d’Inghilterra in persona.

Il mattino s’appressava. L’aria intorno era fredda, ma tutto il mio corpo ardeva e i gelidi buffi del vento mi ricreavano lo spirito. Era mista la mia gioia di stupore e di dubbio; ma era la prima gioia; ma per la prima volta io sentivo di vivere. Giuoco della sorte! Dunque colei era la sorella di Macham? Quella divina, ch’io avevo veduta, amata e perduta in un giorno, era una sventurata che io dovevo salvare? E là, nel tempio, raccolti sotto una medesima vôlta, ignoti l’uno all’altro, eravamo già legati dalle invisibili fila del destino? Ella appariva pensosa, certo a cagione di quelle nozze abborrite. Nè più era tornata alla chiesa; ma or s’intendeva, si chiariva ogni cosa; ella erasi chiusa nelle sue stanze a piangere, la bella sconsolata. E finalmente era in salvo, là, presso a me, regina sulla mia nave!

Sorse l’aurora; ma quello spettacolo, sempre così lieto al marinaio, non trattenne il mio ciglio. Guardavo entro di me; l’aurora io l’avevo nell’anima.

E più bella dell’aurora apparve quella divina in sull’uscio, dal quale io non m’ero per tutta la notte scostato. La sua bellezza non si adornava più di sciàmito, d’oro e di pietre preziose, siccome la prima volta che io l’avevo veduta. Indossava ella invece una cotta di scarlatto pavonazzo, lunga ad uso di cavalcare, e un mantello, foderato di vaio, ascondendo in parte i leggiadri contorni della persona, le aggiungeva maestà. Il cappello bigio, collo zendado ravvolto intorno alle falde, ella lo teneva ancora tra mani; laonde il crine appariva scoverto, maravigliosa ricchezza di lucenti cascate, tra cui veniano a scherzare le aure capricciose del mare. E così severamente vestita, ella era più bella che mai.

— Buon dì, messere! — mi disse ella con quella sua angelica voce, a mala pena m’ebbe scôrto lassù. — Dove siamo noi ora?