— E chi vi assicura, messer Gentile, che tutto quanto si fa volontariamente, si faccia liberamente eziandio? Ah, io vorrei che tutti gli uomini fossero liberi! —

Così parlava quella soave creatura, discoprendo, insieme cogl’impeti del cuor generoso, una parte di sè.

Eravamo giunti all’arrembata del castello di prua. Ella appariva mesta; io era travagliato da una grave cura. Ella guardava fiso davanti a sè, verso le dirupate costiere di Cornovaglia; io indietro, verso il canale. Man mano che il sole si alzava sull’orizzonte, più chiaramente si discerneva sulla distesa del mare, ed io laggiù da levante, anche prima che il marinaio in vedetta sull’albero di maestra l’accennasse con un grido, aveva veduto una vela. Ora, mentre Anna veniva ragionando con Macham, io non poteva spiccar gli occhi da quella vela, che, a grado a grado crescendo, mostrava di guadagnar cammino su noi. Non volli che si accorgessero della mia inquietudine, e cogliendo il destro della venuta del dispensiere, che annunziava essere in pronto l’asciolvere, li ricondussi al tendaletto di poppa.

— Che è ciò? Non rimanete con noi? — mi chiese ella, vedendomi in atto di uscire da capo.

— No, grazie, madonna; più tardi. Ho alcuni comandi a dare.

Corsi fuori senz’altro, e, presa la via dei bandini, riuscii sull’estremo della poppa, ove stava il timoniere. Ma egli non era già solo; Lanzerotto mi aveva preceduto sul posto.

— Ah! tu pure vorresti sapere che sia quella vela?

— Sì, messere; la non mi garba punto, e siccome ho sempre pensato che la buona cura discaccia la mala ventura, son qua venuto in disparte a darle un’occhiata. —

Rimanemmo per un pezzo taciturni, intenti all’andatura del legno misterioso; solo che il mio còmito, ad ogni tratto, con certi suoi versi e batter di labbra, pareva rispondere all’inquietudine che mi s’era fitta nell’ossa.

— Dimmi, Lanzerotto; ier l’altro, a Bristol, quando ci allestivamo, c’erano altri legni per mettersi alla via?