— No, neppur uno, ed è ciò che mi mette in pensiero, poichè (perdonatemi, messere, i giudizi temerarii) ho pensato tra me e me che noi s’è frodata la gabella, con quella mercatanzia là, della riva degli Ontàni, e gli inglesi non mi paion gente da reggere alla celia. Ma, per sant’Ermo, che fanno laggiù?

— Non vedi? Hanno notato il nostro accorgimento e lo imitano, facendo le orecchie di lepre.

— La è dunque al nostro ricapito! Ma perchè non pensarci prima? E’ mi sanno di malpratici lontan quattro miglia; e metterei pegno che hanno stancato tutta notte i rematori. Ma tanto meglio, se la è così, tanto meglio! —

Il ragionamento di Lanzerotto mi persuadeva. Certo, se quella nave era stata spedita a darne la caccia, essa, oltre le vele, avea fatto gran forza di remi, per giungere nelle nostre acque, e vedutici poscia, avendo stanca la ciurma, procurava di vantaggiarsi, imitando la nostra manovra. E difatti, bene avvistandola, poichè ebbe incrociate le antenne, non mi parve che ella tuttavia guadagnasse cammino, siccome avea fatto in principio: segno che risparmiava la voga.

Cionondimeno riputai prudente consiglio provvedere ad ogni caso peggiore, comandando che si facessero le impavesate. Tosto la marinaresca fu in moto. Levati gli strapunti e le coltri dai covi dei galeotti, fu disposta tutta quella miscèa sulle posticcie sporgenti fuori banda e stesavi su l’incerata a più doppi; di guisa che d’ambi i fianchi la galera apparve bastingata contro ogni danno d’artiglierie nemiche[1].

Tutto ciò mentre io stava intento a guardar la galera che ci seguiva. Le eravamo innanzi di tre o quattro miglia, come bene aveva detto celiando il mio còmito; ma certamente, riposata la ciurma, ella avrebbe ripigliata la voga e ristretto d’assai quello spazio.

L’animo mio durava un fiero travaglio. Non era quella la prima volta che io mi mettessi in procinto di combattere, e in più scontri la Ventura avea tenuto fede al suo nome. A’ miei uomini, poi, provati da tanti anni all’acqua ed al fuoco, ero certo di fare un lieto presente con una chiamata all’arrembaggio. Ma era quella la prima volta che mi toccasse combattere sotto gli occhi d’una donna, cagione e prezzo della contesa ad un tempo. Imperocchè, egli non c’era da dubitarne, niun legno era allestito per la partenza quando noi ci eravamo mossi da Bristol. Onde quello con tanta diligenza? E come, partito dopo di noi, certo allestito in furia nella notte, avrebbe potuto raggiungerci, se non usava insieme di remo e di vela? E per chi tanto sforzo, se non per noi? Nol diceva aperto quel suo imitare la nostra manovra?

Per fermo quella galera avea salpato ai comandi dell’amante di Anna, dello sposo che il re le imponeva. Un rivale, e forse egli medesimo su quel legno! In ogni altra congiuntura, n’avrei goduto; ma allora!... Che avrebbe ella detto? E come andarle innanzi tra quegli apprestamenti di pugna? Avrei potuto reggere all’ansia mortale d’una povera sbigottita?

Cercai di dimenticare me stesso in quel punto; corsi a prua, e là, sull’arrembata, diedi il comando solenne di far arme in coperta.

Incontanente si levò un grido di giubilo, che io m’affrettai a sedare, perchè non avesse a intimorirsi anzi tempo colei.