Nè quegli altri guadagnarono tempo per la nostra manovra, la quale anzi li trasse in inganno. Mentre si stava per issare il marabutto, il mio vigile Lanzerotto avvertì che la galera nemica imbrogliava le vele.
— Ah, ah! son caduti nel laccio! — gridava egli dalla sua specola. — Hanno creduto che noi s’imbrogliasse le vele, per dar gusto a loro. Buona gente davvero! Come se noi ci mettesse conto virar di bordo e accettar la battaglia col vento e la corrente contraria! —
Io intesi a che mirasse il mio còmito con quelle parole, dette ad altissima voce, e glie ne fui grato nell’anima. La mia manovra era di prender caccia, e a cotesto non s’aspettavano i marinai dopo tanti apprestamenti di zuffa. Lanzerotto, dall’alto della sua gabbia, aveva indovinato il mio caso, e dava amorevolmente colore d’artifizio finissimo alla fuga cui m’accingevo, per sedare le angoscie d’una povera bella.
Arranca! dissi alla ciurma; e fu sì poderosa la spinta di quei quaranta remi, che la nave, con alto fragore di rotti marosi, diè un balzo, si sollevò e prese, non che a correre, a volare sull’acque. Senonchè il marabutto, così sporgente com’era rispetto alla vela di maestra, incominciò anch’esso a portare in tal modo, che la prua della galera s’immerse fin quasi alla freccia e un largo sprazzo di schiuma inondò l’arrembata. Tosto comandai che tutti si recassero a poppa, e la nave oramai liberata d’un peso soverchio da prua, pigliò così agevolmente l’abbrivo, che Lanzerotto non seppe tenersi dal batter le palme, e la marinaresca non volle esser da meno.
Mi condussi allora al timone per avvistare più attentamente l’andatura del nemico. Egli per fermo si avvedeva di aver dato nella ragna; ma gli era tardi oramai per racquistare il suo primo vantaggio. Le vele aveva tuttavia mezzo imbrogliate; marabutto, che gli facesse pigliar più vento, o non aveva, o non era più a tempo d’inferirlo con profitto; epperò, sconcertato, impaziente, si dette ad inseguirci come potè, a furia di remi. Ma innanzi che avesse pigliata quell’ultima deliberazione e che le sue vele, finalmente da capo spiegate, portassero, la Ventura avea guadagnato due miglia di cammino.
— Il segugio perde terreno! Per San Giorgio, che caccia stupenda! — dicea Lanzerotto. — Metto pegno che a quest’ora l’aguzzino è affaccendato la parte sua, per rimettere i nervi nelle braccia della ciurma. E noi si vola senza aiuto di sferza; non è egli vero, mastro Pizzica? —
E la ciurma a ridere, e l’aguzzino del pari; mentre, sotto l’impulso della voga in cadenza e del vento che facea cigolare le vele, il nostro legno sfiorava baldanzoso la superficie del mare.
A me, per l’ansia febbrile di que’ momenti solenni, le membra ardevano e il sangue martellava alle tempie. — Porta pieno! — gridavo al timoniere. — Orzeremo più tardi, quando sia calato il crepuscolo.
Già la luce del giorno era presso a mancare, ed io avevo immaginato di tirar profitto dall’ombre notturne per poggiare più in alto a ponente. Su Francia, o su Spagna, avremmo potuto mettere prua nei giorni seguenti; urgeva intanto d’involarci agli sguardi del legno persecutore, che il giorno appresso ci avrebbe dato caccia sicuramente verso le isole Normanne.
In sulla sera il vento rinfrescò, e non mi dolse, dappoichè i remiganti si chiarivano stanchi, ed io volli che avessero almeno due ore di sosta e convenevole ristoro alle forze stremate.