Per altro non mi disposi a ciò fare, senz’aver dato prima un’occhiata alla molesta galera, che si vedeva ancora a guisa di punto nero, per mezzo alla nebbia vespertina. Respirai allora, e mi passarono per la fantasia gli accenti d’ira di colui che ci aveva inseguiti tutto quel dì, con tanta speranza di giungerci. Certo l’arrembaggio, anco se fatale per lui, avrebbe dovuto sapergli men reo di quella caccia arrangolata ed inutile.
— Il segugio ha perso l’orma, venne a dirmi Lanzerotto. — Ed ora, padrone, non vorrete andarvene a riposare?
— Sì, vado; ma poni mente: vo’ poggiare a garbino, stanotte. Quell’altro, domattina, non ha più ad aver fumo di noi.
— Non dubitate; governeremo al largo, e l’Oceano vorrà serbarci il segreto.
In quel mentre una mano stringeva la mia. — Grazie, messer Gentile! — mi disse una voce soave.
Mi volsi; era dessa, e mi guardava così dolcemente, che a me parve d’aver veduto il paradiso e fui per venir meno in un punto. Mi accorsi allora che per tutto il giorno non avevo preso cibo.
Ella e Roberto, sorreggendomi amorevolmente, mi accompagnarono fino alla camera, dove mi contentai d’un sorso di vino. Ero stanco, sfinito, la forza che mi avea sostenuto quel dì era col pericolo andata in dileguo.
— Grazie! — mi ripeteva ella, col suo accento divino. — Che sarebbe egli avvenuto di noi, senza l’aiuto vostro, o messere?
Anche Macham s’era fatto vicino a me, e stringeva la mia mano tra le sue. Io caddi, mi arrovesciai, non so più dove, nè come. Ben so che ella tenea china la fronte sul mio viso, e che, innanzi di nuotare nelle tenebre del sonno, i miei occhi si affissavano ne’ suoi.