Tornai nella camera di poppa. Anna erasi destata allora, ed io, dopo il buon dì, le diedi la lieta nuova della sparizione del legno persecutore. Mi chiese di accompagnarla fuori, ed io mi affrettai a condurla sulla spalliera, dov’ella potè sincerarsi co’ suoi occhi medesimi di quello che io le avevo annunziato, e più ancora si sentì raffidata com’ebbe veduta la tolda libera di tutti quei brutti arnesi e ingegni di guerra, che vi faceano ingombro il giorno antecedente; laonde mi si volse tutta amorevole, per ringraziarmi di aver sacrificato il mio orgoglio alla sua timidezza.

— Io ne vo altero, come del più largo trionfo; — dissi a lei di rimando. — Aver potuto far cosa che vi fosse grata, è gran ventura per me. Non siete voi la più bella memoria che io porterò meco del suolo britanno?

— Povera cosa portate dalla mia patria! — notò ella umilmente.

— Ah, non lo dite, o ch’io aggiungerò cosa ugualmente vera; che questa memoria non mi lascierà veder altro di bello al mondo, fino a tanto che io viva. —

Confusa da quelle parole, in cui si mostrava tutto l’animo mio, ella aveva chinato gli occhi a terra senza nulla rispondermi. Ed io, non volendo lasciare il discorso a mezzo, poichè l’occasione s’era profferta, incalzai:

— Ricordate la chiesa di Sant’Agostino?

— Or bene? — mi chiese ella, alzando la fronte e figgendo i suoi occhi ne’ miei.

— Colà vi conobbi, madonna, e da quel giorno non ho più veduto che voi. —

Mi avvidi, così dicendo, di averle recato molestia, tanto il suo volto apparve turbato.

— Che è? — soggiunsi tremante. — In che vi sono dispiaciuto?