— Ah, non mi parlate in tal guisa, ve ne supplico! — mi disse ella con voce lagrimosa. — Sono pur disgraziata! Deh, per carità, messer Gentile — continuò, vedendomi rannuvolato ad un tratto — abbiate compassione di una povera donna che non sa, che non può dirvi tutto ciò ch’ella soffre; lasciate ch’ella possa stringere la vostra mano, come quella d’un amico, del migliore degli amici. Non è egli vero che non vi sdegnerete con me? Non è egli vero che mi perdonerete? In nome della gratitudine che io vi serbo qui, nel profondo del cuore, ditemi che la vostra amicizia mi resta senza corrucci e senza rancori! —
Non so che cosa fossi per rispondere allora. Macham sopraggiunse e il doloroso colloquio fu rotto. Si fecero altre parole sui casi del giorno innanzi, sulla notte trascorsa, sul sonno che lui ultimo aveva colto; laonde io potei ricompormi. Poco stante ella si dolse del freddo e noi la riconducemmo nella camera, pregandola che volesse coricarsi. Io ardevo, in quella vece, e Macham, poichè fu uscito con me, si avvide alla mia cera come io fossi fieramente turbato.
— Che avete? — mi domandò egli sollecito.
— Non vedete? — risposi, additandogli il cielo; — l’aria è cupa, il cielo minaccioso.
— Ah! povera Anna! povera sorella! — esclamò sbigottito, mettendosi le mani alla fronte.
— Messer Roberto — diss’io allora, cogliendo una ispirazione subitanea — venite, debbo appunto parlarvi.
E discesi, precedendolo, fino al gavone di poppa.
— Siamo in pericolo? — chiese egli ansioso.
— No, no, per ora; ma d’altro ho a parlarvi. Sedete.
Roberto si adagiò sopra il suo rancio, ed attonito, coi pugni chiusi sulle ginocchia, il collo teso, in atto di somma curiosità, stette immoto a guardarmi.