— No! no! — interruppe Macham, crollando replicatamente la testa.
— Ma allora, in nome di Dio!... — gridai, facendo sentire in quelle parole tutto lo strazio del mio povero cuore.
— Non posso dirvi altro... — balbettò Roberto schermendosi. — Chiedetene a lei.... Ma non ora, non ora — aggiunse, come pentito; — quando non saremo più qui.
— Non ora? Non ora! — tuonai, già tratto fuor di me stesso. — E credete d’ingannarmi così?
Trasaltò egli, guatandomi in volto; impallidì repente e con pari rapidità il sangue gli corse alla fronte. Mille discordi pensieri certo gli turbinarono in capo, e, parendomi che già fosse per avventarsi su me, attesi di pie’ fermo lo scontro. Ma egli fu peggio a gran pezza.
— Or bene, sì, a che tacerlo più oltre? — uscì con veemenza. — Vi ho mentito due volte. Anna non è mia sorella; è dessa la donna ch’io amo.
Fu uno schianto di fulmine. Il cuore me lo aveva già detto, ma io non avevo voluto credere al cuore. Diedi un grido e rimasi alcuni istanti come insensato; rotte parole mi gorgogliarono nella strozza, mutatesi poscia in un ghigno feroce.
— Ah! e il nemico che ci ha dato caccia pur dianzi? Era quegli lo sposo prescelto, voluto dal re? Sollevate quello sguardo, messere! O non piuttosto un marito? Ma ditelo, che non è ciò; ditemi ch’egli non è un solenne giuramento violato, un sacro vincolo infranto!
Rifinito dal colpo, Macham si lasciò cadere sul giaciglio, mentre le labbra mormoravano sommesse: «Pur troppo!»
In quel mezzo una voce, quella di Lanzerotto, suonò affannosa dal boccaporto.