— Padrone! Il vento gira a tempesta. Che si fa?
— Ben venga! — esclamai soffocato! — Sferri la nave e mi affondi con essa!
— Ed Anna? — mi chiese Macham, con accento supplichevole.
Quel nome mi scosse, e, ricercandomi le più ascose fibre del cuore, mi fe’ tornare in me stesso. Corsi alla scala e salii difilato in coperta.
— Suvvia — dissi a lui, che mi seguiva — andate a racconsolare quella povera donna. Io son più fatto per tener bordone alle bufère.
VI.
Lanzerotto non era inquieto senza ragione; il suo occhio esperto non lo aveva ingannato intorno a ciò che stava per accadere.
Eloquenti sono talvolta i silenzi del mare. Egli è su quel liquido piano, quando la terra è sparita ai vostri sguardi, quando le sue cure materne sembrano avervi abbandonato, che voi incominciate ad udire una voce nuova, paurosa, solenne, la voce delle cose, voce di pianto, di minaccia, di morte. La natura acquista una favella e l’uomo la intende; dovunque ei volga le pupille smarrite, vede le magiche cifre che gli annunziano il triste futuro. Il cielo assume un aspetto sinistro, grave di orrendi presagi; l’orizzonte, che d’ogni parte si cela, è la speranza che si allontana da voi. Già la cerchia si stringe; il mare è uno steccato in cui si prepara il giudizio di Dio; i foschi vapori che si calano lentamente d’intorno, sono i biechi spettatori, che tra breve stenderanno la mano per condannarvi a perire; l’Oceano è il mostro immane che si concentra, guatandovi co’ suoi mille occhi lividi, arruffa le squame, striscia, mugghia da lunge e vi grida implacato: ogni varco è chiuso; ora a noi!
Il vento teso, che fino allora ci aveva spinti in alto, era cessato; le vele sbattevano negli alberi, ed io tosto comandai di ammainare le antenne, facendo issare il trevo, che è una vela quadra, più maneggevole in tempo di burrasca, all’albero di trinchetto. Così premuniti, aspettammo.
Triste cosa l’attendere, quando il viatore aspettato è la tempesta. L’Oceano si raccoglie e il marinaio del pari; ma quello è il raccoglimento dell’ira che medita i suoi colpi: questo della paura che stringe il cuore e svigorisce i nervi dinanzi al pericolo. Il marinaio è sicuro di sè, talvolta lieto, infiammato sempre, quando si appresta a combattere prora a prora, petto a petto, uomo contr’uomo; ma la furia delle onde scatenate lo fa per un’ora codardo, e quell’ora è spesso l’estrema. Cader riverso sull’arrembata, per ferita di dardo, o di scure, è lieve cosa. Il sangue bolle nelle vene, si è pieni di baldanza, ardenti di vita; or bene, questa vita poderosa non muore; l’anima freme, respira da tutti i pori, fin anche dalle ferite, l’aria generosa e vivida del cielo; angelica farfalla, si sprigiona dal suo involucro, vola via nell’azzurro e le sembra che, volando, ella debba veder tuttavia i fratelli vincenti e lo stendardo, che fu già suo, sventolar glorioso in mezzo alla strage. Ma lottare colle cieche forze dell’Oceano sterminato, contendere una vita pigmea alle strette del gigante che flagella le rupi e sconvolge gli abissi, sterile pugna, vana audacia, la sua! Il cielo cupo romoreggia; l’aria grave opprime il respiro; il sangue rifluisce e si agghiaccia nel cuore; un senso di torpore soggioga le membra; tutto si rappicciolisce, perfino lo spirito dentro di lui, lo spirito, già sì gagliardo e pronto ad espandersi in lieti sogni, in leggiadre speranze. Il mare, inebriato de’ suoi stessi furori, s’avventa, flagella il volto colle sue gelide schiume, incalza sul naviglio la piena dei suoi flotti mugghianti. Reggerà all’urto quel povero guscio di travi sconnesse che tremano e crocchiano per ogni giuntura? E quell’altra rovina di acqua che s’avanza minacciosa, come torre all’assalto, per cogliere di fianco la nave, non lo spazzerà via dalla tolda? E giù nel pelago profondo, vivi ancora, con tutti i terrori, con tutte le disperate angoscie d’uno spirito che non vede più scampo; e un ruggito sul capo, la notte sugli occhi, l’esistenza sommersa nel nulla!