Il trevo era già inferito al pennone e issato all’albero di trinchetto, allorquando il mio còmito mi si fece da canto.

— Vedete laggiù da greco, messere! Il groppo si avanza e mala notte vuol darci.

Difatti, da quella banda che Lanzerotto accennava, l’aria si venia facendo più scura; il mare si arricciava a creste più fitte, e il candor delle spume facea risaltare vieppiù il fosco dell’onda. Quella negra mole cresceva, si rigonfiava a guisa di montagna, venendo ratta e sicura sopra di noi, per pigliarci di sguancio.

Comandai sollecito al timoniere che poggiasse, per resistere alla ventata, col lato più saldo della nave. Così, opposte le terga al pericolo, si stette, non senza trepidazione, in attesa. La gran mole si avanzò con alto fragore, misto a sibili acuti, e ci colse per l’appunto da poppa. Il legno, sollevato di lancio ad una incredibile altezza, curvò la prora e parve sprofondarsi in un baratro scavatogli allora dinanzi, mentre il soverchio dell’ondata, rovesciandosi addosso alla timoniera, ci recava il primo saluto del turbine. Tosto si udì cigolare l’alberatura e le sartìe, come se fosse per ispezzarsi ogni cosa; il trevo, subitamente investito dalla piena del vento, crocchiò. Io m’avvidi esser troppo inciampo anche quella povera vela quadra, e feci filare in bando le scotte, affinchè, sventolando liberamente, ella non offrisse resistenza, e ad un’altra di quelle folate non mandasse l’albero infranto. Questo salvai, non la vela; chè un secondo rifolo, più gagliardo del primo, la trasse, la divorò, i brandelli divelti si dispersero sibilando nell’aria.

Qui cominciò la più spaventevole ridda di elementi scatenati che io avessi veduto mai in dieci anni di vita randagia sul mare. Il vento soffiava furibondo, non mai a lungo in un verso, ma sbalzando da un punto ad un altro dell’orizzonte, siccome è costumanza del turbine, che i naviganti sogliono chiamar remolino. A quegli impulsi svariati e discordi, ribolliva il mare, si scuotea dal profondo e le ondate seguiano le ondate. Per colmo di mali, allo imperversare dei flutti si aggiunse l’ira del cielo e un nembo si diruppe su noi. Pioggia e grandine rovinosamente cadeano; la folgore ad ogni tratto balenava dalle nubi squarciate, fulminava con orrido schianto dintorno alla nave, e le sue livide striscie rischiaravano paurosamente quello immenso scompiglio.

Ed Anna? In mezzo a quella pugna del cielo e del mare io non l’aveva obliata per fermo; viva ed acerba ricordanza me ne faceva quell’altra pugna, quell’altra tempesta, che ruggìa nel mio cuore. Avrei voluto saperla in salvo, non vederla più, inabissarmi nell’Oceano, dimenticare, morire. Nè ardivo mostrarmi a lei, nè mi reggea l’animo a starne così lungamente lontano; attonito, istupidito, guatavo la procella, non temendola fatale, non invocandola pietosa per me. In sul far della notte, chiamato, mi concussi alla camera di poppa. La povera donna soffriva aspramente, ma più dell’animo assai che del corpo, rannicchiata nel suo letticciuolo, bianca come cera, disciolte le chiome e gli occhi smarriti. L’odiavo, maledivo a quel giorno che l’avevo veduta, e tuttavia per liberarla da quei patimenti, per ritornarle sul volto le rose e il sorriso, avrei dato la vita, perduto l’anima mia.

Macham le sedeva da fianco, ma senza pur tentare di consolarla, muto, accigliato, cupo come un simulacro di sasso. Egli era scorato, il bel cavalier d’amore; i suoi occhi languidi, le sue tenerezze, già non poteano ridare la vita e la pace a quella gentil creatura; forse in quel punto egli era, e sapea d’essere, la rea cagione di tante angoscie ineffabili; destro a rapirla dalle braccia di un uomo, si sentiva impossente a salvarla dagli sdegni del cielo.

Mi vide ella appena, che ansiosa volse le braccia verso di me. La gravità del momento facea porre in non cale ogni superbo contegno, o misurata riserbatezza tra la gentildonna e l’uomo che aveva ardito pur dianzi confessarle l’amor suo.

— Dove andiamo? — chiese ella sgomentata. — Dite, in nome del cielo, che avviene egli di noi?

— Madonna — risposi — il mal tempo ci coglie al largo, dove non ignorate quale necessità e qual volere ci abbia condotti. Forse a quest’ora, volando, come facciamo, sui flutti, siamo davanti alle coste di Guascogna, o di Biscaglia; ma in alto ancora, troppo in alto, nè, con questa furia di vento, ci verrà fatto poggiare alla riva. Non vi sbigottite, tuttavia; ciò che oggi non può farsi, sarà possibile dimani, a mala pena il turbine smetta alquanto della sua gagliardia.