Macham alzò gli occhi dubbiosi a guatarmi, forse per sincerarsi nel mio sembiante se io dicessi da senno.
— Sì — ripigliai, notando quel dubbio — la galera è salda e può reggere a tempi assai peggiori di questo. Conosco il remolino per prova, e so che non è uso a durar lungamente. Ve lo ripeto, madonna, non temete; ho fede di condurvi sana e salva alla prima spiaggia in cui ci abbatteremo, sia ella di Francia, o di Spagna.
Mentivo, così parlando, e, per colorire la menzogna, mi studiai di sorridere. Fede non mi albergava in cuore nessuna; poggiare a terra senza aiuto di vele era folle speranza; e che potevano i remi in quell’ondeggiar senza posa e senza misura, in quel continuo urtarsi di falsi fiotti, che correvano per ogni verso, come il turbine capriccioso voleva? Nemmanco era dato intendere in che paraggi si fosse; le stelle ascose; la stima del percorso cammino impossibile. Si andava, sì, ma verso l’ignoto, e in ciò non aveva mano l’accortezza dell’uomo. La Ventura errava sull’onde; il vento girava turbinando da destra e da manca, trabalzando a suo talento la povera nave, con una rapidità spaventosa. Come sperare, nonchè aver fede, di giungere a porto? Ma ohimè! povera donna! l’inganno non era egli pietà?
Il secondo giorno fu anche più triste del primo. D’ogni parte guardando, non si scorgeva che mare, e il mare sembrava un campo di battaglia, seminato di stragi, sitibondo ancora di sangue, mentre i negri nuvoloni, che si affoltavano tutto intorno, mettendo lampi e rumore di tuono, pareano portar sempre nuove orde di combattenti a’ nostri danni, sul liquido piano sconvolto.
Cionondimeno lottavamo; taciturni, disperati, attendevamo al lavoro. Dalla vigilanza nostra, dipendeva il tardare la temuta rovina; ed ogni ora tolta alla morte non poteva forse riuscire alla nostra salvezza?
Così passarono tre giorni, orribili giorni, di stenti, d’insonnia e di amare dubbiezze. Macham era sempre più cupo. Io credo che in caso di naufragio egli avesse deliberato di uccidersi, per non morire di morte peggiore, in lotta coll’Oceano. Talvolta, uscito dalla tolda, egli mi chiedeva se l’agonia d’un naufrago durasse troppo lungamente; tal altra contemplava la lama d’un pugnale che portava sempre alla cintola. Anna, ogni qualvolta mi presentassi a lei, era pronta a ringraziarmi delle mie cure e a dolersi dei pericoli ch’io correvo per cagion sua.
— Vedete, madonna — le dicevo io per racchetarla — ecco un altro giorno trascorso; la Ventura, comecchè in balìa dei marosi, regge ai lor colpi e va innanzi.
Ma, pur troppo, le nostre tribolazioni non erano per finir così presto. La tempesta ne incalzava, seguitandoci, stringendoci sempre nelle sue immani spire. Avevamo mai sempre a temere d’andare sbalestrati contro una costa invisibile, perocchè tutto, intorno a noi, era buio, e le folgori non rischiaravano altro, ai nostri occhi, fuor che nuvole, ammassi di nebbia schierati in guisa di minacciosi dirupi. Per otto giorni cotali angosce durarono. A volte il mare ribolliva spianato, e subito dopo si ergeva in montagne, ricoperte di schiuma. Nella notte le onde furenti pareano vomitar fiamme, tanta era la copia dei vermi fosforici trabalzati a fior d’acqua. Egli fu un giorno ed una notte intiera che il cielo, squarciato da continui lampi, rassembrò un’immensa fornace, intanto che il fragore del tuono e l’urlo del vento erano spesso dai marinai atterriti tolti in iscambio di dolorose grida d’altri loro compagni di sventura, nel punto d’essere inghiottiti dalle onde. In tutto quel tempo, ruinava dal cielo, non già una pioggia, sibbene un altro diluvio, talchè la mia gente era come annegata in coperta, e molti invocavano ad alta voce la morte, quasi ella sola potesse metter fine a tanti patimenti ed orrori.
Nuova cagion di spavento si ebbe in una di quelle notti d’inferno. La nave non era più in mezzo allo spesseggiar delle folgori, a repentaglio d’andare in frantumi; le tenebre erano fitte; il tuono baturlava lontano. Ad un tratto fu veduto il corpo di Sant’Ermo, con sette candele accese sopra la gabbia dell’albero di maestra; vo’ dire che vi si vedevano quelle bianche fiammelle che i marinai affermano essere il corpo di Sant’Ermo, lor protettore, il quale, più non potendo intercedere per essi dall’alto, scendeva ad annunziar loro il terribile momento di raccomandar l’anima pericolante a Dio. Un profondo terrore s’impadronì di tutti quegli uomini, fino allora sì saldi; tosto si buttano ginocchioni; piangenti intuonano litanie ed altre lor note orazioni, a stornare dal loro capo lo sdegno celeste. Le misteriose fiammelle stettero a lungo librate sul calcese dell’albero, indi sparirono e tutto ricadde nell’ombra.
Il giorno appresso l’Oceano parve stanco delle sue collere e volse finalmente alla calma. Il cielo fosco tuttavia; l’orizzonte ristretto; ma il remolino era cessato e un vento scarso spirava da levante, di guisa che i poveri marinai ebbero tempo a respirare. Ma nuovi terrori li assalsero in quel giorno; quella medesima tranquillità seppe loro di sinistro, e, nel languore in cui erano immersi, tutto faceva paura, tutto induceva sospetto. Scorgeansi intorno intorno alla galera torme di cani marini, e ne fu tratto un presagio funesto; imperocchè ella è credenza della gente di mare che quei voracissimi mostri sentano da lungi l’odor dei cadaveri ed abbiano del pari un presentimento, che li fa nuotar presso alle navi condannate a sommergersi.