A me ed al mio còmito dava maggior pensiero il non saper dove fossimo. Erano già gli undici dì dopo la nostra partenza da Bristol; ma sulla mia tavoletta del mare io non avevo potuto segnare nè il camino percorso, nè i rombi navigati; gli astri erano ascosi; soltanto la bussola indicava che procedevamo sempre a garbino.
Al cessar della tempesta, avevo fatto issare un trevo di rispetto, ancora non osando spiegare le vele latine, per tema di qualche perfidia del tempo, così mutevole com’era. In tal guisa, serrando il vento più che ci venisse fatto, c’industriavamo di poggiare ad ostro, in cerca della terra; frattanto io tentavo di trarre indizi dal mare. La via tenuta dal turbine mi diceva chiaramente esser noi stati condotti nell’Atlantico; ma fino a qual punto? Eravamo noi nelle acque del capo di Finisterre, o più giù, davanti la costa di Portogallo, o più al largo? L’aspetto delle onde, più lunghe e d’un colore traente al verdastro, rincalzava quest’ultima supposizione. Cionondimeno, volendo scendere ad ostro, continuai a serrare il vento siccome ho già detto.
La mattina seguente il mio dubbio si mutava in certezza. Il mare, fin dove poteva giungere l’occhio, appariva coperto di erbe, dando immagine di un vasto campo inondato. Toccavamo il mar d’aliga, o di sargasso, siccome dicono i marinai forestieri, il quale contermina d’ogni parte il mondo conosciuto. Donde quell’ampio strato di verde? Sono elleno per avventura piante marine, le quali nascono nel fondo e quindi, svelte dal moto delle onde e dalla forza delle correnti, si sollevano a fior d’acqua? O il mare diviene qui meno profondo che altrove, e quei prati sono essi la vestigia della terra inabissata, di cui parlano le antiche memorie? O Dio ha disseminate queste rovine intorno alla terra, perchè nessuno ardisca navigare più oltre a tentare gli arcani del creato? Certo egli è che perfidi paraggi son questi, e i verdi ammassi galleggianti sono in più luoghi così fitti, che i legni vi rimarrebbero a lungo andare impigliati; siccome accade in quell’Oceano di ghiacci, lassù oltre l’Irlanda, che niuno ardì mai perigliarvisi.
Io riconobbi il mar d’aliga, per averlo già alcuna volta costeggiato ne’ miei tragitti dal capo di Gozola alle lontane isole dei Corvi marini. Argomentai allora qual fosse stata la violenza del turbine, che ci aveva in dodici giorni sbalestrati fin là, sui confini del mondo. Oramai bisognava dar volta; e poichè non si sarebbe potuto serrar di vantaggio il vento, come quello che da levante spirava, feci tosto imbrogliare la vela, virar di bordo e andar contro il vento a furia di remi.
VII.
Impossibile il dire qual fosse, tra gli affanni di quel periglioso tragitto, il cuore della bellissima inglese. Ella era donna, e la donna è debole; preparata dalla natura sua alle tenerezze, alle sollecitudini di amante e di madre, regge tal fiata al dolore, agli stenti non già, peggio ancora ai terrori. È dessa il fiore della creazione; quale meraviglia se gli ardori soverchi alidiscono il fiore, se i geli lo abbruciano, e solo le miti aure, nutrendo le delicatissime fibre, ne svolgono le soavi fragranze? Povera pianta cedevole, ella si appoggia all’uomo; la sua debolezza è il nostro incantesimo; l’amiamo, non pure perchè è bella, ma altresì perchè è fragile ed ha bisogno di noi.
Passato il maggior pericolo, o fosse l’oppressura dei tanti patimenti durati, od altra più acerba, assidua cura dell’animo, Anna si mostrò più abbattuta che mai. Nè valsero a serenarla i certi segni del cielo; chè quella calma improvvisa le parea traditrice, e i suoi terrori si accrebbero alla vista del mar d’alighe, non ignorando ella, da isolana qual era, tutte le paurose narrazioni dei naviganti intorno a quelle orride chiostre del mar tenebroso. Nè manco spavento le venne dal sapersi così lunge dalla meta, così fuori dalle rive del mondo. Che sarebbe stato di lei, di noi tutti, se durava anche un giorno la violenza del turbine? Non si sarebbe la nave irremissibilmente sommersa là dove è ignoto se Dio abbia posto l’inferno dei dannati, o l’Eden di delizie, perduto dalla prima colpa de’ padri? E in questo smarrimento della nave, in questa sequela di nuovi pericoli, ella scorgeva la mano del Dio punitore; imperocchè non era mia colpa se, usciti dal passo di Cornovaglia, avevamo poggiato più in alto.
Non era mia colpa; e tuttavia!... Dentro il mio cuore non era egli nato un truce desiderio di perir tutti inabissati nell’onde, anzichè quella donna andasse lungi da me, in balìa di Macham, al primo luogo d’approdo? Nè io già avevo mutato proposito, nè m’ero adoperato a salvarla, se non allorquando una parola supplichevole di Macham mi aveva richiamato, dolorosa visione, agli occhi dello spirito, le angosce imminenti di quella povera donna, i terrori della sua disperata agonia. Ma anco in quel punto, mi proponevo io forse di volgere a terra? Lo avrei fatto io, se la tempesta, rimesso alquanto della sua furia, me lo avesse pur consentito? Inoltrarmi sull’Oceano, non era il voler mio, ma quello dei flutti; giungere ai confini del mondo, non ardivo sperarlo; oppure nell’anima si agitava un disegno confuso, e vigilanza ed opera risentivano di questo doppio impulso, per cui la mia voce comandava una cosa, e un’altra ne voleva il mio dèmone. Gli eventi mi soccorrevano; la bufera turbinava, le onde s’innalzavano per me. L’avventura di Bristol era strana per modo, da non poter dicevolmente risolversi in un tranquillo approdo, in una tacita separazione, in una ricordanza fuggevole. Evidenti i segni; il destino avea poste le fila; il destino le veniva intricando, ravvolgendo intorno a noi come una rete di ferro.
Andavamo, siccome ho detto, col vento in prua, verso levante, remigando senza posa, ma facendo poco cammino. Alcune ore dopo, per uno di quei casi che occorrono frequentissimi su quel mare, cadde il vento del tutto e la ciurma, traendone lieto auspicio, raddoppiò l’ardore nella voga, mentre io facevo mettere deliberatamente la prua verso greco, e issar da capo le vele. Sapevo difatti, per antica esperienza, come il vento, tacendo da un lato, prendesse a soffiare dall’altro, e volevo esser pronto a giovarmene. Non m’ero ingannato. Verso sera, una dolce brezza incominciò a spirare da ostro, consentendo alla Ventura di orzare in quel rombo, che io mi ero proposto pur dianzi.
Avrei potuto volgere alle isole Fortunate, forse più vicine ai paraggi in cui eravamo; ma, sebbene Lanzerotto me ne facesse proposta, egli che ci aveva approdato al pari di me (ed una di esse portava il suo nome, sendo stata primamente scoverta da Lanzerotto Malocello navigatore genovese), io non volli saperne, per cagion dei naturali, gente selvatica e feroce, tra i quali non era prudente consiglio inoltrarci, non già per noi, ma per la gentil creatura che il nostro legno portava. Meglio, dicevo, risalire più a greco, e giungere alle isole dei Corvi marini, donde, poi, cogliendo il buon vento, che lassù spira più facilmente da maestro, si potea navigare a golfo lanciato verso la costa di Portogallo. Così ingannando me stesso, volgevo in cerca delle isole dei Corvi marini.