— Furono i vostri gloriosi maggiori, messere; — notò Lanzerotto, ingegnandosi a parlar francese, per essere capito da lei — furono Ugolino e Vadino Vivaldi, che trovarono questa, coll’altre isole segnate qui intorno. Arditissimi uomini! Essi perirono andando più oltre nelle loro scoperte, là verso scirocco, lungo la costa africana, siccome è perito messer Benedetto, il nobile vostro genitore, or fanno i diecisette anni.
— Triste cosa! — esclamò ella, rabbrividendo.
— Va, Lanzerotto! — diss’io, mettendo fine ai discorsi del mio còmito. — Sia pace all’anima degli estinti, i quali, più felici di noi, hanno finito di patire. Bada ora a far trarre dalla stiva gli ormeggi; tra mezz’ora ci bisognerà gettar l’àncora.
Lanzerotto corse obbediente alla bisogna e noi due rimanemmo soli sulla spalliera, imperocchè Macham s’era poco dianzi tratto in disparte e stava immobile sul ripiano dei bandini, presso la scala di fuori banda, in atto di osservare la spiaggia.
— Triste cosa! — ripetè la donna compassionevole. — Ma voi, almeno voi, messer Gentile, tornerete alla patria e vivrete felice coi vostri.
— No, madonna, io non ho nessuno sulla terra a cui possa metter conto ch’io viva, e per cui mi abbia a tornar caro di vivere. E già il mio cuore è morto, poichè mi è venuta meno la felicità che speravo.
Ella arrossì alle mie parole, chinò gli occhi e tacque. Nè altro io soggiunsi, esacerbato com’ero. Per ventura, lo spettacolo che ci si offriva in quel punto allo sguardo, distolse gli animi nostri da quella mestizia e diede adito a nuovi pensieri.
La nave svoltava allora la punta settentrionale dell’isola, navigando a due’ tratti di balestra dal lido. Tutta quella terra felice, dal basso della spiaggia fino agli estremi ciglioni, lunghesso i meandri della costa, le insenature e le sporgenze dei greppi, era come un ammasso di fronde, bello di tutte le temperanze del verde, brizzolato qua e là da ciuffi, grappoli e ghirlande di rose, di gigli e di viole, chè tali apparivano da lunge i fiori ond’era ornata la macchia. Alberi sconosciuti sorgeano dal lido e i rami spenzolavano sotto il peso dei frutti, lambendo ad ogni ora, scossi dal venticello scherzoso, le acque tranquille del mare. Cotale esuberanza di vegetazione io non avevo visto che là. E, spettacolo a gran pezza più nuovo, stormi d’uccelli, mirabili per forme diverse, screziati di vivi colori, si libravano a volo, venendo allegramente a rincorrersi nel sartiame della galera, a posarsi curiosi ed attoniti sul calcese degli alberi, sulla penna delle antenne, perfino sul tendaletto di poppa e sulle posticcie dei rematori. Tutto intorno era un garrito, un cinguettìo, un gorgheggio di dolcissime note, un indistinto di mille fragranze, una festa d’aria, di tepore e di luce, che allargava i petti e li invitava alla gioia. Il paradiso di delizie, perduto dalla colpa dei primi parenti, non era al certo più bello.
Io vidi Anna commossa, inebriata da quel concerto di meraviglie. Certo in quell’istante il ricordo de’ miei mali le era uscito dall’animo. Ma non nasceva ella forse allora ad una nuova vita? Come Eva, al suo primo aprir gli occhi nell’Eden, confusa, palpitante, guardava ogni cosa d’intorno e le parea di sognare.
Una colomba, dal collo vagamente piumato di nero e tutto l’altro candido come neve, era venuta a posarsi sull’orlo del tendaletto, a due passi da noi. Anna le sporse il braccio in atto di prenderla, ma incerta, trepidante, per tema non avesse quella a spaventarsi e fuggire. La colomba, non pure si lasciò prendere da quella mano leggiadra, ma di slancio volò sull’òmero d’Anna, che mise un grido di stupore e d’allegrezza ad un tempo.