— Tutti i cuori son vostri, madonna; — le bisbigliai. — Vi paia ora strano che chi vi ha veduta appena...
Volevo dire di più, ma mi trattenni, per non turbare quell’ora di pace. Il porto si apriva davanti a noi e la Ventura vi entrava con rapidissimo corso. — Palpa co’ remi! — gridai, per far sospendere la voga e spegner l’abbrivo della galera, mercè la resistenza di tutto il palamento di destra e manca, tenuto fermo nell’acqua. Spinto dal suo impulso, il legno si inoltrò ancora un bel tratto, indi si fermò, mentre il flutto spumante gorgogliava d’intorno alle pale.
Indi a non molto, il ferro a quattro marre pigliava fondo da prora, mentre il palischermo era calato in acqua, per condurre a terra il provese e legarne il capo al tronco d’un albero. Si acconigliarono i remi, si ammainarono le antenne e, mentre una parte della marinaresca attendeva a fare la tenda, noi scendevamo nella barca. Dopo quindici giorni di trabalzamenti sui flutti, di angoscie, di terrori ineffabili, era pur tempo di toccare una spiaggia ospitale. Anna, a mala pena ebbe posto piede sul lido, si chinò riverente per baciare la terra. Io avrei baciato dov’ella passava.
VIII.
Risiede l’isola del Legname tra le Fortunate e quelle dei Corvi marini, ma non a pari distanza dall’une e dall’altre; ha quelle ad ostro, ma non troppo lungi; queste invece a maestro, e per gran corso lontane. Gira essa cento quaranta miglia tutt’intorno, e la sua forma arieggia la pelta, che è lo scudo delle Amazzoni, o più veramente la luna presso alla seconda fase, voltando il concavo a garbino, mentre una delle punte guarda a scirocco, ove si dilungano alcune isolette brulle, scogliose e deserte, e l’altra a maestro, dietro la quale è il porto, già da me veduto altra volta, dove la galera aveva gettate le àncore. Porto serrato, a dir vero, non era, imperocchè di tali non se ne vede pur uno, bensì rade qua e là, al sicuro da certi venti; tra esse più vasta quella che si apre a garbino, nel verso della gran curva che ho detto. Dalla rada in cui eravamo ormeggiati, sendo il tempo chiaro, vedevasi, forse a quaranta miglia verso greco, un’altra isoletta con quindici miglia di giro, anch’essa già da me visitata ne’ primi viaggi.
Per aggiungere alcuna cosa intorno a questa isola del Legname, dirò ch’essa è montuosa come la Sicilia, e sarebbe ancora più fertile, se la mano dell’uomo si facesse a coltivarla. Deserta com’è, abbonda di alberi fruttiferi, tra i quali è notevole il draco, che dà un frutto buonissimo e in tutto simile alla ciliegia, salvo che è giallo. Pregiata è la sua gomma, e in Africa, ove pur cresce quest’albero, è dato ottenerla in tal guisa. Si dà un colpo di scure a’ piedi del tronco, e l’anno di poi le tagliature fruttano gomme, le quali si cuocono e si purgano, e fassene quel sugo rappreso, di color rosso, che è detto sangue di drago, ed è di grand’uso in medicina. Mirabile su tutti è l’albero che in Oriente chiamasi fico d’Adamo, perchè affermano questo aver dato le foglie a coprire la nudità de’ nostri primi parenti, e i rampolli di tal pianta, svelti dal giardino di Eden dalle acque del diluvio, essere stati portati da prima sulle rive del Gange. Dicesi in ebraico dudain e dagli abitanti dell’Africa banano. Nascono i fiori a mazzo e di un color di viola; i frutti maturano dolcissimi ed anche se ne spreme un sugo gradevole, inebriante come il vino; sorge il fusto ad altezza di sette in otto piedi, con larghe foglie ricadenti ad ombrello, che albero veruno non ha le più grandi, nè d’un verde più splendido.
Non tacerò il prezioso verzino, detto anche brasile, il cui legno è di color rosso, molto pesante e duro, e serve alle tinte; nè del cedro, assai somigliante al cipresso, che tramanda odore gratissimo, siccome d’incenso; nè del nasso, pari nelle foglie all’abete, de’ cui rami si potrebbero fare archi buonissimi e fusti di balestra. Di cosiffatti alberi sono ampie boscaglie per tutto e macchie foltissime, spesso intricate in flessuosi nodi dai sarmenti delle madreselve, assiepate d’arbusti, d’erbe odorose e di fiori. Animali malefici non si annidano colà, nè serpi velenose, nè bòtte impure, ma uccelli d’ogni specie più strana, pavoni selvatici, fagiani neri e bianchi, pernici e quaglie, come nelle nostre regioni, branchi di capre e copia di cignali su per le forre.
Su questa terra benedetta eravamo discesi. Anna, siccome avviene a chi sia rimasto più dì sul mobile piano d’una nave, si sentìa mal sicura della persona, e, con quel sottile accorgimento che è dote singolarissima della donna, aveva chiesto a Lanzerotto che volesse reggerle il braccio. Al quale ufficio il mio vecchio aiutante s’era posto con sollecito ossequio, mentre io e Macham li andavamo precedendo, per distrigare que’ densi viluppi di caprifoglio, quei bizzarri intrecciamenti di rami, e aprire talfiata a colpi di scure un passo per mezzo ai cespugli.
Come l’uomo è bambino! Poichè nè io, nè egli, reggevamo sul nostro il braccio di lei, eravamo più lieti, ci guardavamo manco crucciosi ambidue, e giungemmo a tale di acchetamento, da barattar parole frequenti, come due teneri amici.
Errammo un tratto per una macchia di nassi. Il suolo che noi calpestavamo era odorato per una lieta abbondanza d’erbe, le quali si ergevano all’altezza delle nostre teste. Da sette anni per fermo, chè tanti ne erano corsi dopo il mio approdo in quell’isola, orma di piede mortale non s’era più impressa in quella solitudine. Farfalle d’ogni misura, dall’ali vagamente rabescate, svolazzavano qua e là sui vertici delle siepi fiorite; sciami di pecchie ronzavano in aria, s’addensavano a grappoli intorno ai favi silvestri, si lanciavano a volo, soffermandosi il tempo d’un bacio sui calici schiusi, roteando, guizzando, descrivendo ghirigori fantastici lunghesso gli sfondi del bosco; uccelletti leggiadri, dalle penne d’un bel giallo paglierino, ci seguivano, curiosi, di ramo in ramo, salutandoci con un loro verso breve, ma arguto e melodioso come quello degli usignuoli; e di tratto in tratto qualche capra vagabonda, inerpicata alle falde d’un ciglione, lasciava il timo e il sermolino per voltar la testa dal nostro lato e vederci a passare.