— Otto giorni almeno.

Egli per altro aggiungeva che dovevamo rifornirci d’acqua; che pativamo scarsezza di pane e là erano banani maturi in gran copia, da farne quella specie di pasta serbevole, così utile ai marinai, che n’hanno imparato l’uso dai negri delle spiaggie africane. Inoltre, diceva egli, si voleva dar la muta agli uomini della nave, perchè tutti godessero a terra un po’ di calma, da rinfrancarvi le forze.

Macham non si piegava che a malincuore; pur gli convenne acchetarsi a tali ragioni, che non patiano risposta. Deliberati di rimanere, pensammo di allogarci il meglio che ci venisse fatto nell’isola. Sito più acconcio di quello ove stavamo seduti, non era a cercarsi per fermo, e tosto ci disponemmo a mettervi stanza. Gli uni colle scuri ad abbattere tronchi d’albero, mondarli de’ rami inutili ed aguzzarne le punte; gli altri a piantarli in bell’ordine d’attorno al cedro gigantesco e a chiuderne gl’intervalli con rami avanzaticci e virgulti intrecciati; per tal modo e in breve ora fu data forma e stabile assetto ad una capanna, tramezzata in quattro camere: una per Anna, che era la più vicina al tronco di cedro; due alla mescolata per me, Macham, Lanzerotto e i quattro marinai che erano con noi; la quarta finalmente che servisse ad un tempo di tinello e d’ingresso. Le frasche doveano far ufficio di pareti; le foglie di banano, raccolte nei dintorni, coprire il tetto dalle acque piovane, e talune anche servir di tovaglia alla mensa.

L’impresa non aveva a finire in quel giorno, ma il grosso della bisogna era fatto in poche ore, e, a ripararci per quella notte, bastava. Due dei marinai, che erano andati colla balestra a scorrer la campagna, tornarono indi a non molto con un capretto ucciso, il quale tosto fu messo in quarti ad arrostire sugli schidioni. Recavano altresì miele silvestre assai bianco e gustoso. Pane e vino s’era tratto dalla nave, ed io fui lieto di aggiungere al pasto alcuni grappoli d’uva agresta, raccattati lì presso, con una giumella di quelle ciliege che i drachi serbavano ancora in buon dato, sebbene già fossimo presso alla calda stagione, in quell’isola beata più precoce che altrove.

La mensa fu lieta abbastanza, chè il sorriso della natura festante e quel senso di profonda calma, così dolce, così cara, dopo tanti giorni d’ansie affannose, signoreggiavano il cuore di tutti. Talfiata il viso di Anna si atteggiava a mestizia; gli sguardi erravano smarriti nello spazio, come attratti da una incognita forza nella regione dei tristi pensieri; un sospiro mal represso si schiudeva il varco per le labbra tremanti; ed io allora mi faceva sollecito a svagare quell’anima afflitta con ogni maniera di vuoti discorsi. Lanzerotto, poi, che ci aveva la mente più libera di tutti noi ed il consueto umor gaio per giunta, vedendo come a lui si spettasse di tener vivo il discorso, si messe di grand’animo all’opera, e co’ suoi motti bizzarri e racconti di marinaresche avventure, fatte più amene dalle incertezze e pentimenti di chi cincischia una lingua non sua, la fece più volte sorridere. E furono baleni, raggi di aurora, lembi di cielo per me.

Così aspettammo la sera. Il sole si calò, saettando i suoi ultimi raggi, sotto un padiglione di fuoco, indi si ascose nel mare; e noi, abbandonati dalla luce dell’astro, ci raccogliemmo fuor della capanna a preghiera, con quali sensi, e come discordi, Iddio solo conobbe, egli che legge ne’ cuori.

Alto silenzio di quella placida notte, io ti ricordo, ti sento ancora nell’anima. Il soffio vespertino stormiva nella boscaglia, agitando i diffusi ombrelli degli alti banani e gli svelti rami dei lauri nereggianti sui confini del prato. Gemea lento il ruscello e la cascata rumoreggiava da lunge, scintillando ai miti raggi della luna, che io non vedevo, ma argomentavo sovrastante a noi, dai limpidi chiarori del firmamento stellato. I mille arcani susurri della selva, sfrusciar di foglie secche al guizzo di innocenti ramarri, cozzar di rami, ronzio d’insetti operosi, saliano confusi al cielo, insieme colle fragranze acute degli alberi resinosi e d’una moltiforme famiglia di piante. Quella pace incantava; quella solennità ergeva lo spirito; quel metro sommesso di umori cristallini, di fremiti, di fragranze e di chiarori notturni, induceva nelle membra un dolce sopore.

Avevamo composto ad Anna il suo candido letticciuolo, sopra un soffice strato di erbe odorose. Dalla galera, segretamente ravvolto in uno stendardo, avevo fatto recare il tendaletto di damasco, trapunto a vaghi colori, dintornato di frangie e galloni d’oro, che si stendeva nei dì di festa sul castello di poppa. Al giungere del marinaio con quella soffoggiata sotto il braccio, ella mi aveva chiesto che fosse, ed io le aveva risposto esser il vessillo di San Giorgio, da inalberare sulla nostra nuova dimora. Più tardi, quando ella ebbe veduto il sontuoso drappo, disposto a padiglione e ricadente in larghe pieghe sovra il suo letto, il volto le s’impresse di lieta meraviglia e dolci parole mi dimostrarono la sua gratitudine.

Quella sera, dopo averla condotta sul limitare del suo bel nido e datale la buona notte, me ne tornai fuori a pensare, lunghesso il margine del ruscello vicino. Qual varietà di casi nel breve giro d’un mese! Bristol, l’incontro in chiesa, il primo amore, la sconsolata partenza, l’inattesa apparizione della sconosciuta, l’infinto suo stato, la speranza e il disinganno, la tempesta sul mare e la gelosia nel mio cuore, la salvezza sua, non la mia, tutto ciò mi si affollava, mi si agitava confuso, mi turbinava nell’anima. Ed eravamo là, raccolti in quella tranquilla solitudine verdeggiante, in mezzo all’oceano, sotto i grandi occhi di Dio! Dopo avermi scorto fino a quella riva ospitale, con quella donna adorata da fianco, avrebbe Iddio operato un prodigio per me? In qual modo? Per qual merito mio? Non sapevo, non ardivo immaginare; speravo. È così dolce sperare!

Mentre io fantasticavo in tal guisa, un’ombra si avanzò chetamente. Era Macham, ed io ne rimasi forte turbato, chè mi parve dovesse egli leggermi dentro nell’anima, o cogliere a volo per l’aure trasparenti i miei diffusi pensieri.