— Limpida notte! — diss’egli avvicinandosi a me.
— Sì; — risposi — dolcezza ineffabile, pace divina!
Egli allora mi pose una mano sul braccio, e levando la fronte per modo che io potei scorgere ogni più lieve moto del suo volto, con accento solenne si fece ad aggiungere:
— E in pace dobbiamo viver noi ora. Così vuole la necessità, che è più forte di noi.
— Che dirvi, messere? — ripigliai gravemente, — così è.
— In pace, dunque; siamo intesi?
— E sia; ma dite... Un pensiero mi cruccia, e non debbo tacervelo. Egli rimane fermo che vivremo come fratelli... non già per noi — soggiunsi prontamente — ma per quella donna che è là. I nostri pensieri si innalzeranno liberi a lei, ma i nostri desiderii non profaneranno il santuario ov’ella riposa? Padroni degli atti nostri, quando avremo toccato alla fine del nostro viaggio, qui rimarremo schiavi di una fede scambievole; non è egli vero? Me lo giurate voi, per quanto v’è caro e sacro al mondo, per la donna che amate?
Macham mi saettò d’uno sguardo torvo; ma il mio non era manco feroce. Ambidue si incontrarono e giunsero nel profondo del cuore.
— Uditemi: disse egli, mettendosi una mano sul petto — io vi odio; ma vi sono debitore della salvezza di lei; abbiatevi il mio giuramento.
— Ed io del pari vi odio, Roberto Macham; la terra non ha più profondo abborrimento, come non ha più possente amore del mio. Eccovi la mia mano e la mia fede.