— Vedete la poverina, come risica ad ogni istante d’esser travolta! Così — soggiunse ella con accento di mestizia — la nostra nave sui flutti!

— Ma Dio — risposi — ha salvata la nave e salverà quella pianta.

— Sì, ben dite — ripigliò. — Perchè l’avrebbe egli posta colà, tra que’ due rabbiosi, che vanno a gara scuotendone il gambo sottile? Nel piegarsi ad ogni urto sta la sua forza. E vedete, messer Gentile, come anche ella, in mezzo alle tribolazioni, ci ha le sue gioie? Ha messo un fiore.

— Lo volete? — diss’io, balzando in piedi ad un punto.

— No, no! mio Dio! mi fate paura.... — gridò ella trattenendomi. — Andate piuttosto laggiù, sotto quella rupe, donde spenzola quel fascio di candidi fiori stellati, e portateli a me. Neppur quella è facile impresa! — soggiunse, per farmi parer più dolce l’andare.

Quello che Anna chiedeva era il fiore immortale. Cresce ad arbusto e le corolle son bianche e stellate, siccome la margheritina dei nostri campi, ma molto più grandi, e durano per mesi ed anni senza avvizzire; donde il nome che portano. Sollecito io corsi, mi inerpicai tra’ sassi, colsi quanti più mi venne dato di que’ candidi fiori, e tornato a lei, mi feci ad intrecciarne una corona, mentre venivo dicendole il nome di essi e i pensieri che quel nome mi destava nell’animo.

— Immortali, sì veramente, madonna! Sbocciati al tiepido soffio di questa primavera, essi vivranno più a lungo della mia memoria in cuor vostro.

— Perchè dite voi ciò? Credete voi così fugace la gratitudine in cuore di donna? Io mi ricorderò sempre di voi, come del più nobile cavaliero che meritasse mai la mia stima!

— Ah! sì; — proruppi — e frattanto, partiti da quest’isola, il che avverrà troppo più presto che io non desideri, la Ventura vi metterà ai lidi di Spagna, e voi sparirete, sparirete per sempre dai miei occhi, leggiadra visione, che mi avete fatto parer bella la vita.

Ella rimase un tal poco sovra pensiero; io muto, ansante, in attesa.