Insaziabile è l’uomo; ottenuta tal cosa che egli anelava, pur non si cheta e vorrebbe mai sempre di più. Io volli farla tacere, ed avrei voluto che ella, non curando le mie preghiere, avesse pure parlato. Ero profondamente, ferocemente lieto di quel voto, che la toglieva ai baci del mio rivale, e già volevo regnar io, sapere la mia immagine scolpita nel suo cuore, rivaleggiare, anco lontano, col cielo, nella dolorosa solitudine del chiostro.

Appena mi si fu chetata alquanto quella tempesta nell’anima, tornai al suo fianco.

— Povero amico! — mi disse ella, alzandosi. — Venite e datemi il vostro braccio.

E si appoggiò sopra di me, fidente come una sorella. Io, pur di sentire il suo braccio sul mio, avrei mentito a me stesso. Balenavo, inoltrando il passo; e nondimeno, vacillante, confuso, acciecato, sorreggevo lei nella discesa.

— Non parliamo più di cosiffatte mestizie! — mi disse ella, quando fummo giunti sul prato. — Vedete questo bel cielo? Esso ne incuora ad esser forti, mostrandoci il sereno che ci attende lassù.

X.

Quel colloquio gittò il mio intelletto in una specie di torpore, che era vigilia e sonno ad un tempo. Nè mia, nè d’altri! Questo pensiero mi mostrò lo stato nostro sotto un aspetto che io non aveva meditato ancora; laonde restai come smarrito, vedendo la mia sventura, senza sentirla, e soffrendo, senza saper di che cosa. Cotesto ha somiglianza colla follia, e veramente mi pareva che il lume della ragione entro di me vacillasse.

Cansai frattanto le occasioni di trovarmi solo con Anna. Il forte amore ha talvolta di cosiffatte lacune. Non amiamo noi forse con tutte le potenze dell’anima? Or bene, dove una di esse, la speranza, s’involi, il suo luogo rimane, e guai, se la bella consolatrice non torna a colmare quel vuoto; imperocchè esso man mano si allarga, t’invade e ti piomba inesorato nel nulla.

Il mio proposito, se tale fu veramente e non piuttosto un inerte mancar di propositi, mi tornò agevolissimo, dappoichè Roberto Macham era pronto mai sempre a restare, e per tal guisa accadde che tre giorni alla fila andassi io cogli uomini della scorta a correre i boschi.

Nell’ultima di quelle caccie eravamo andati alla posta del cinghiale, sendo le foreste abbondavano di questi animali, in tutto simili a quelli delle spiaggie africane, dal grifo e dalle orecchie più aguzze, e dalle setole più sottili e lucenti che non gli altri d’Europa. Senza una muta di bracchi da sangue, tornava assai malagevole rincorrerli per le fratte; ma gli uomini miei, già usati a tal caccia, me ne avevano fatto ressa, e questa parendo a me più acre bisogna che non fosse il saettar capre pascenti, e pavoni appolaiati sulle rupi, mi ero piegato a’ lor desiderî.