Ci addentrammo in un salvatico, che già si era da noi costeggiato per due o tre miglia all’intorno, e ci mettemmo in caccia, procedendo alla spartita, ma non così l’uno dall’altro discosti, da non poter tutti all’occorrenza volare in aiuto a quello di noi, che dèsse la levata al cignale. A me per l’appunto venne fatto di scovarne uno, gagliardo di membra e armato di due zanne lucenti ed acute, che prometteano una terribil difesa. A mala pena m’ebbe udito allo sfrusciar delle foglie, la fiera si volse, mi guatò grufolando e balzò da un lato per mettersi in fuga; ma indarno, chè io già avevo tolta la mira e il mio verrettone, sibilando veloce per aria, le si ficcava nel dorso.

Diedi incontanente un grido ai compagni, perchè fossero pronti ad accorrere; intanto il cignale guaì, dolorosamente storcendosi, e di fuggente divenuto assalitore, mi si scagliò addosso con furia. Io non feci in tempo ad aggiustare un’altra volta la mira; laonde, senza gittar la balestra, che poteva giovarmi contro il primo impeto della belva, cacciai fuori il coltello, e tosto, sentendo l’urto del nemico, gli piantai sottomano la lama nel petto. Ma caddi in pari tempo sotto quella rovina, e mi era tolto ogni scampo, se Lanzerotto non giungea pronto al soccorso. Balzò egli da un folto cespuglio e, avventatosi alla groppa del cinghiale, che già m’aveva malconcio, lo finì d’un rapido colpo alla gola. Soppraggiungevano intanto gli altri quattro compagni e mi traevano d’addosso l’immane fiera sanguinolente, il cui morso disperato m’avea colto poco sopra al ginocchio.

Mi alzai, aiutato da quegli amorevoli, ma a stento mi reggevo sui piedi; però egli fu mestieri portarci, vittima ed uccisore, a gran forza di braccia. Quando giunsi, disteso su di una informe lettiga di frasche, alla nostra capanna, fu una mestizia da non si poter dire a parole. Tutta piangente, come quella che in sulle prime avea temuto di peggio, Anna si avvicinò al mio giaciglio, volendo ella stessa asterger la piaga. Lanzerotto, a sua volta, diventato di punto in bianco cerusico, la spalmò alla marinaresca con una sua colla di pesce, utilmente sperimentata in moltissimi casi. Per ventura, lo squarcio era assai più largo che profondo, e il maggior guaio era stato lo spargimento copioso del sangue.

Rimasi a giacere tutto quel dì, e il vegnente eziandio. Macham, non potendo altrimente, andò egli co’ marinai per le nostre quotidiane provvigioni di selvaggina, ed io gli chiesi, in grazia, che non si dèsse più oltre levata a cinghiali. Promise egli, dopo che Anna ne lo ebbe scongiurato a sua volta; ma si mostrò corrucciato, come se io avessi voluto serbare per me il privilegio dei corsi pericoli. Io non posi mente a cotesto, e feci anzi che Lanzerotto lo accompagnasse, quantunque la presenza del mio còmito fosse per avventura più utile in quel giorno alla spiaggia.

Ella mi tenne compagnia, in quelle lunghe ore di riposo, tutta soave ed amorevole in vista, vegliandomi con materna cura, nè consentendo che io facessi lunghe parole. Forse temeva per me, fors’anco prevedeva nell’animo dove sarebbe andato a parare il discorso. E mi tacqui, contento a guardarla, a sorbir da quegli occhi il dolce veleno. Intanto la natura riparatrice operava dentro di me, e due giorni dopo, rammarginata la piaga, cessati gli spasimi, io potei dirmi risanato senz’altro. Ero già uscito fuori con Anna, passeggiando lentamente sul prato, allorquando ci vennero udite le liete grida dei cacciatori che tornavano a noi. Mi volsi, e vidi Macham da lunge, piantato sulla rupe della cascata, colle braccia conserte al seno, in atto di guardarci. Poco stante si mosse e, seguitando i compagni, giunse a noi, più accigliato, più fosco, più taciturno che mai.

Il pasto fu malinconico e grave, come di gente impacciata, o pensosa. Nè egli disse parola, nè io, e, levata la mensa, uscimmo all’aperto. Volevo lasciarlo solo con lei, e mi disponevo ad uscire dal prato; senonchè, fatti appena pochi passi tra gli alberi, mi accôrsi che egli mi veniva da tergo.

— Come va, Adone? — mi chiese egli, accostandosi.

— Adone! — sclamai, trasognato. — Perchè Adone, e che volete voi dire?

— Sì; invero egli corre una certa differenza tra i due — disse egli di rimando con sarcastico piglio. — Adone, il prediletto di Venere, fu ucciso a dirittura dal cignale e pianto amaramente da lei, che mutollo in anèmone. Voi, più felice, vivete, e la dea vi sparge i pietosi balsami sulle innocenti ferite.

— Ma, in nome del cielo, che dite voi mai?