— Dico — tuonò Macham, con accento mutato — che avete fallito al vostro giuramento.

— Messere, per l’anima mia...

— No, voi mentite!

Gli era troppo, e a me parve d’essermi contenuto abbastanza.

— Roberto Macham — risposi, con voce soffocata dall’ira — debbo compiangervi. Dar del mentitore a me, voi? Siete un pazzo. Sospettare di Anna? Siete un codardo.

— Ah, non parlate di lei, se vi è cara la vita! Io potrei invogliarmi di sperimentare se quel vostro coltello vi trema nel pugno al cospetto dell’uomo, come davanti al cignale.

— Abbiatevi questo sollazzo! — gridai, accennandogli di seguirmi.

Così fece egli, e con rapidi passi m’entrò innanzi alla volta del bosco. Io zoppicavo un tal poco, ma che m’importava? Da lungo tempo io m’aggiravo in un ginepraio, senza trovarne l’uscita. Ora, l’uscita era là, pronta, onorata e sicura.

Il cielo rannuvolato e il tuono che brontolava da lunge, pareano rispondere al sordo rumoreggiare delle nostre collere. Andavamo per quella medesima via che io avevo già fatta pochi dì prima con Anna, e, così frettolosi, spronati da un pari desiderio di sangue, giungemmo in breve a quel ripiano verdeggiante di muschio, che si stendeva ai piè della rupe.

— Qui! — mi disse egli, fermandosi.