— E sia! — risposi.
Egli furente, io non meno di lui, avevamo sguainati i coltelli. Squadratici per pochi istanti nel viso, eravamo per serrarci l’uno sull’altro, quando un grido acuto s’intese, e tosto un mutar di passi tra gli alberi che vestian la collina. Era Anna con Lanzerotto, e questi, che la precedeva, sbucò veloce dal folto dei rami.
— Fermatevi! — gridò egli, agitato. — Madonna vi chiede in grazia di attenderla.
Ed Anna giunse, che appena egli aveva finito di parlare. Scomposta, ansante, pallida come persona morta, si gittò in mezzo a noi.
— Dio santo! Vorrete farmi morire dannata? Ma che è ciò, uomini feroci, che è ciò? Quale rispetto è questo, non dirò di me, che pel mio fallo son degna di cosiffatti dispregi, ma del nostro medesimo stato? È egli qui che rimarremo tutti sepolti, senza speranza del perdono di Dio? E cotesto doveva io aspettarmi da’ pari vostri? Ah, messeri, que’ coltelli branditi.... Ve ne supplico, abbiate pietà d’una misera donna!
E svenne. Gittato il coltello, fui pronto a sorreggerla, ma lasciai tosto nelle braccia di Lanzerotto e di Macham il dolcissimo peso, e corsi alla cascata lì presso, donde tornai recando acqua nel cavo della mano, a spruzzargliene il viso. Ciò non bastando, eglino la trassero, guidati dal mio cenno, al margine dell’onda scorrente, dove le cure nostre e la frescura del luogo le fecero finalmente ricuperare gli spiriti.
— Ah! — mormorò ella, riaprendo gli occhi. — Roberto! Messer Gentile! Ho io dunque sognato?
— Perdono! — balbettò Macham, buttandosi ginocchioni al suo fianco.
Il tuono rumoreggiava più da vicino, il cielo si era fatto più fosco e larghe goccie di nembo cominciavano a cadere; però ci disponemmo a partire di là. Anna non poteva muoversi, tanto era rifinita da quella scossa violenta, e fu mestieri portarla sulle braccia; malagevole uffizio in quel colmo di piante; onde il viaggio fu lungo, e già eravamo molli di sudore e di pioggia, quando giungemmo al riparo.
Il temporale ingrossò via via con rapidità spaventosa; ma noi non si pose mente nè alla pioggia dirotta, che scrosciava sulla impavesata del tetto, nè ai fulmini che spesseggiavano con orrido schianto dintorno, mettendo sinistri bagliori attraverso le frasche della capanna. Di lei ci davamo pensiero, di lei che malviva giaceva sul casto letticciuolo, portando innocente la pena de’ nostri odii feroci. Senonchè, sul far della notte, il vento, che aveva preso a soffiare con forza, scuotendo gli alberi della selva vicina, ci fe’ pensare alla Ventura, ormeggiata nella rada.