— Siamo su due àncore e saldo è il provese — mi dicea Lanzerotto, al quale avevo toccato delle mie apprensioni.

Ma neppur egli viveva al tutto sicuro, imperocchè soggiunse più tardi, come parlando a sè stesso: — Per altro, e’ non sarebbe male assicurarsi con un cavo di giunta. — E veduto come il vento, anzi che scemare, rinforzasse, pigliò una pronta deliberazione; indossato il suo gabbano col cappuccio di tela incerata, non guidato da altra luce fuor quella de’ lampi, uscì fuori speditamente, per condursi alla spiaggia.

Lo aspettai lunga pezza in silenzio, lo aspettai pazientemente fino a notte colma, mentre la bufèra scatenata imperversava sempre più forte; da ultimo, parendomi soverchio l’attendere, mi risolsi d’andare io medesimo sull’orme del còmito. La povera bella, vinta dalla stanchezza, dormiva, sebbene d’un lieve sonno, interrotto da subitanei sussulti ad ogni scoppio di tuono; Macham vegliava, seduto in sul limitare, col mento sul petto, gli occhi fisi in quel pallido volto adorato. Col gesto, più che colle parole, gli accennai dove andavo, e mi mossi. Uno de’ marinai volle venirmi compagno.

Uscito all’aperto, sotto quella tempesta, che mi faceva piegare mio malgrado le spalle, intesi il perchè Lanzerotto potesse tardare così lungamente al ritorno. Il prato, pel gran rovinìo della pioggia, erasi mutato in un vasto padùle e ci s’andava a guazzo, affondando i piedi nel fradicio terreno. Peggio fu, quando ci bisognò entrar nella macchia, la quale per larga lista ci divideva dal lido. C’inoltravamo brancolando come ciechi in quell’orrore notturno; ogni traccia di sentiero perduta; i lampi non rischiaravano davanti a noi che irti ammassi di fronde, e il vento ce li batteva rabbiosamente sul volto. Dopo molte fatiche durate in quell’andirivieni, io m’avvidi che, in cambio di scendere, prendevamo a salire. Certo era smarrita la via. Che fare? Il meglio era di dar volta verso la discesa, sperando di udire indi a poco il mormorio del fiumicello, che avrebbe potuto guidarci. Ma in mezzo a quell’alto frastuono niente si udiva; solo il bagliore della fòlgore venne più tardi a mostrarci la correntìa vorticosa d’un torrente gonfiato, che già eravamo sul punto di mettervi il piede. Balzammo indietro atterriti, tentando di andar oltre, lunghesso la sponda: ma indarno, chè laggiù il rigoglio delle male erbe, il viluppo dei rami, eran più folti a gran pezza.

Errammo per tal modo alla ventura, fino a tanto il fragore dell’onde non ci mostrò essere noi pervenuti alla meta. Ah finalmente! ecco il mare! Ma la galera dov’è? Forse abbiamo di soverchio piegato e siam giunti ad un’altra cala dell’isola? Ma no; un lampo schiara lo spazio; è ben questo il lido; ecco il palischermo tirato sull’arenaio; ecco la casupola de’ nostri artieri; ecco le travi squadrate. E la nave? Un brivido mi corse per l’ossa; gettai un grido altissimo a cui non rispose che il vento co’ suoi sibili acuti e il flutto co’ suoi cupi fragori. La rada era deserta. M’aggirai tutto intorno, cercando il tronco d’albero a cui sapevo esser raccomandato il provese, e lo trovai finalmente. Il nodo era intatto, ma la fune giaceva lenta sulla rena, spezzata poche braccia più innanzi. Questo mi rimaneva, e non altro della mia povera nave.

Fieramente percosso da quella sciagura, rimasi a lungo inerte sul lido. I primi barlumi dell’alba comparvero sul mare in tempesta, e ben vidi allora come noi fossimo soli. La galera non si scorgeva in nessuna parte di quelle onde sconvolte, che già il turbine l’aveva sbalestrata assai lunge. Forse più tardi i marinai avrebbero rimesso la prora sull’isola; ma come potrebbero governare? Il timone, rifatto pur dianzi, giaceva ancor sulla spiaggia.

E Lanzerotto? Udii poco stante la sua voce da tergo. Il poveretto, già tornato alla capanna, aveva ripreso cammino per venire in traccia di me. Volò alle mia grida, e m’abbracciò singhiozzando; indi si fece a raccontarmi tutto ciò che sapeva.

Egli era giunto sul lido in tempo per veder la catastrofe. Spezzati gli ormeggi e il provese dalle incalzanti folate, la galera aveva preso a correre, trabalzata sui flutti, e a lui erano giunte le strida compassionevoli dei compagni perduti. Gittare una gomena a terra non aveano potuto, poichè la nave in un batter d’occhi era stata sospinta al largo e così tratta in balìa del turbine, che egli, pochi istanti più tardi, non aveva scorto, nè udito, più nulla. Dov’era ella travolta? Il vento soffiava da ponente maestro, e, prima che si chetasse quella sua foga, la Ventura, se pure non le si schiudevano inesorabilmente sulla tolda i gorghi del mare, avrebbe fatto così lungo cammino da non osar più dar volta, senza governo com’era. Ed egli, povero Lanzerotto, era tornato in furia ad avvisarmene; ma, pur troppo, non aveva fatto altro che accrescer travaglio ai rimasti. Anna, all’udire il tristissimo annunzio, era stata colta da una febbre ardente; Macham si struggeva di dolore e di rabbia, non sapendo come darle sollievo.

Questo era il colpo di grazia per me. Senza darmi pensiero più oltre della galera perduta, senza badare all’acqua che mi scorrea gelida per tutte le membra, presi la via della macchia, e corsi, volai alla nostra capanna.

Tristo spettacolo mi si offerse allo sguardo, come fui giunto colà. Anna era in uno stato, che non saprei dirvi il peggiore. Scomposte pei tremiti convulsi della persona, le nere chiome si spargeano sul petto; le guancie ardevano, come divenute di fuoco; gli occhi scintillavano nelle orbite incavate, tanto guasto avea menato il male in brev’ora! Allo sguardo smarrito che volse su me, mi addiedi com’ella non mi conoscesse già più. Colta da delirio, usciva in parole rotte, confuse, piene di arcani terrori. M’ingegnai di calmarla; ma ciò non le avvenne che assai tardi nel giorno, e non già pe’ miei grami conforti, sibbene perchè, ridotta allo stremo, si accasciò sul guanciale, raffermando le ciglia stanche, mentre i moti affannosi del seno e il lento rammarichìo delle labbra socchiuse, mostravano esser di poco scemato il patire.