Per due dì il povero Lanzerotto si pigliò cura d’ogni cosa per noi. Egli mandava or l’uno or l’altro de’ quattro marinai in vedetta sui greppi, nella speranza che avesse a scorgersi in alto la nave; egli badava al còmpito di rifornire di vettovaglie l’assottigliata colonia; egli intendeva operoso, amorevole e provvido, a tutte le faccende di casa. E per due giorni si visse così, muti, inviliti, sospesi tra dubbio e timore. La tempesta era cessata, ma il vento durava gagliardo, nè la Ventura si vedeva apparire. Orrido luogo, pauroso deserto, quell’isola, a cui pochi dì prima eravamo approdati con tanta allegrezza! Anna inferma e forse in fin di vita; noi soli, chiusi, separati dal mondo, senza poterla soccorrere che colla rozza arte e i manchevoli accorgimenti del marinaio! Macham, triste, abbattuto, divorato dai rimorsi, facea compassione a guardarlo. Di me non so, quale apparissi ai compagni; ma il pensiero di quella solitudine, di quella impotenza nostra, mi pungeva ad ogni ora, mi lacerava, mi struggeva nel profondo del cuore.

La mattina del terzo giorno, Macham era stato colto dal sonno ai piedi del letto di Anna. Ella s’era desta pur dianzi, e mi venìa guardando coi suoi grandi occhi accesi dalla febbre, come se volesse indagare i miei più riposti pensieri.

— Risanerete tra breve! — le dissi, componendo le labbra a sorriso.

— No, amico mio, questo è giudizio del cielo! — mi rispose ella, crollando mestamente il capo. — Eccoci qui, chiusi per sempre, sepolti vivi in questa solitudine.

— Oh, v’ingannate! la Ventura tornerà. E poi, ci rimane il palischermo; nol sapevate? Possiamo adattargli una vela, e, se un tragitto di alcuni giorni in così piccola barca vi spaventa, andrò io, con due marinai, fino a Cadice, donde, noleggiata una nave, torneremo a questa volta. Conosco il mare, non temete, e vi condurrò in salvo a quel porto che vi piaccia di eleggere. Ma state di buon animo, ora, e badate a rifarvi.

A queste mie parole ella parve chetarsi; indi a poco, soavemente rinchiuse le palpebre, s’addormentò in un placido sonno, che durò parecchie ore del giorno. Ma verso sera, chiamatomi al suo capezzale, quasi proseguendo il colloquio della mattina, mi disse:

— No, messer Gentile, non tornereste più in tempo. Rimanete, amico mio; mi sento morire.

XI.

Morire! Morire in sul fiore della gioventù, nello splendore della bellezza! Ma perchè, grande Iddio, perchè allora vestir la creatura di tanta luce e porre questo miracolo di leggiadria sulla terra? Imperscrutabile arcano! E nondimanco, è in noi qualche cosa che si ribella e pugna e fa forza, quantunque invano, contro il pensiero della morte di una persona diletta. Egli sembra di lottare colle livide immagini d’un orrido sogno; non è, non può, non deve esser vero ciò che avviene di noi; pure, eccoci stretti, soffocati, nelle braccia poderose dell’incubo. E che! Si spegneranno quelle luci che così soavemente ci guardano, da cui traspare l’angelico riso dell’anima? Quelle dolci labbra che ci parlano, che ci dicono le gioie e gli affanni, che ci rendono ancora le più lievi sfumature dell’ascoso pensiero, quelle delicate sembianze che tanta impronta pur serbano del nume creatore, non le vedremo noi più, si scomporranno, cesseranno di essere? Agonia senza fine dolorosa! Preghiere, scongiuri, minaccie, tutto si tenterebbe in quell’ora, per rattenere la spietata mano del Tempo. Ma che valgono le tue lagrime, che valgono i tuoi furori, povero stolto! La Parca prosegue lenta, sicura, inflessibile, il suo ultimo uffizio. La clessidra del vecchio è all’ultima goccia; nelle mani della Parca, ecco, il filo è reciso; gli occhi si chiudono, le labbra son mute, il freddo della morte irrigidisce quelle membra adorate. E il tuo cuore in quel punto si spezza; ma tu non muori già, come pure sarebbe pietà consentirti; tu vivi, perchè devi soffrire; senti e vedi, perchè devi rimanerti spettatore della tua stessa rovina.

A me quelle parole di Anna aveano recato un colpo fatale. Non piansi, impietrai. Non più un concetto, poichè quella luce dell’anima mia era sul punto di spegnersi; non più un disegno formato, poichè la mia speranza moriva. A che mi sarei adoperato? Perchè avrei quind’innanzi pensato? Tutto ciò era vano oramai.