Il suo stato andò peggiorando quella notte, e più ancora nel giorno appresso. La febbre, acuta, intensa, la consumava ad occhi veggenti; nè la grama sapienza di Lanzerotto valeva ad arrestare quello struggimento continuo di forze. Qual nuova virtù di stillati poteva egli scoprire, che temperasse gli ardori di quel sangue infuocato? E come fidarsi, egli, ignaro di tanti partiti e sottigliezze dell’arte, all’uso d’erbe mal note, onde abbondava quell’isola? Senonchè, pur troppo, nessun farmaco avrebbe giovato, ed io pensai che tutti gli elettuari della scuola Salernitana e i succhi decantati degli Arabi infedeli avrieno fatto mala prova contro un male che risiedeva nello spirito.
La notte sopra il terzo giorno, essendosi ella assopita, ero andato a buttarmi sul mio giaciglio, intirizzito dal freddo, colto da brividi frequenti, sebbene la calda stagione regnasse e l’aria fosse tutta una vampa. Le mie membra affralite aveano anch’esse ceduto alla stanchezza delle prolungate vigilie e un lieve sopore m’era disceso finalmente sugli occhi, non già nella mente, poichè il sogno mi raffigurava la moribonda che colla voce spenta e col gesto faticoso mi chiamava al suo capezzale. Mi destai in sussulto, balzai sgomentito in piedi, temendo di aver troppo a lungo riposato e di non giungere in tempo a raccogliere il suo ultimo sospiro. Macham era presso di me; egli stesso mi aveva destato.
— Venite, messere; — mi disse egli tristamente. — Anna ha chiesto di voi.
Lo seguii tremante nella camera attigua, che era rischiarata dal fioco lume di una lucernina di creta. A mala pena mi vide, la povera bella tentò di sollevare il capo, salutandomi con un filo di voce; io mi precipitai alla proda del suo letticciuolo, rompendo in amaro singhiozzo.
— No, sedete qui presso; — mormorò ella. — Tristi cose ho a dirvi, e tali che strazieranno il cuore d’un amico. Ma così è, messer Gentile; siate paziente anche voi. Il cielo mi concede un po’ di forza, perchè io ne usi a metter l’anima in pace. Desidero confessarmi a voi; accoglierete la mia confessione?
Fui per ricusare, ma la solennità della preghiera mi vinse. Levati gli occhi al cielo, come per implorare la forza di subire quel nuovo martirio, mi assisi al capezzale della cara morente. Macham si era ritirato nella camera vicina.
Con voce fioca, ma sicura, chè il desiderio di morir perdonata le facea raccogliere tutte in quell’opera le forze stremate, Anna si fece allora a raccontarmi partitamente la sua vita. Dio santo! Fu quella un’ora di acerbi patimenti per me.
Ella nasceva dai Dorset, nobile e facoltoso casato d’Inghilterra. Uno de’ suoi maggiori aveva seguìto Riccardo Plantageneto, nominato Cuor di Leone, all’impresa di Terra Santa. Il padre suo, già scudiero della regina Isabella, da lui accompagnata in Francia, allorquando ella andò a comporvi certo litigio rispetto al suo dominio di Guienna, per aver favorito i maneggi della regina e del suo diletto Mortimero, era caduto in disgrazia presso il figlio di lei, Edoardo III, che, vendicato il padre colla uccisione del drudo nel castello di Nottingham, e sbrigatosi del consiglio di reggenza, imprendeva a regnare da solo. Perduta la sua carica a corte, il Dorset erasi ridotto a vivere, quantunque di mala voglia, nelle sue terre di Bristol, insieme colla moglie e due figli, Enrico ed Anna, già cresciuti in età. Costei, tredicenne fanciulla, miracolo di avvenenza e di grazia, era per diventare la più celebrata bellezza della contea. Ma le soavi gioie della famiglia poco potevano sull’animo del signore di Dorset. Gli occhi dell’ambizioso uomo erano sempre rivolti alla corte, e se per avventura si affissavano nella beltà incomparabile della figliuola, e’ non ci vedeva che uno strumento a riedificar sue fortune e rimettersi, la mercè di un alto parentado, nelle mutevoli grazie del re d’Inghilterra.
Senonchè i giovani cuori, desiderosi di felicità, alieni ancora dalle lusinghe della vanità cortigiana, non seguono così facilmente l’indirizzo delle paterne ambizioni. E il cuore della giovinetta, a mala pena ebbe fatto sentire i suoi palpiti, si diede a tale affetto, che certo non avrebbe colorito i disegni del padre. Roberto Macham, povero gentiluomo, ma prode e bello come il barone san Giorgio, avea guadagnato quel cuore, insieme col premio che la giovine Anna aveva dato a lui, vincitore di una giostra, la quale era stata tenuta a Bristol tra i più animosi cavalieri della contea.
I giovani si amarono; ma egli, povero, secondogenito d’una famiglia di mezzana nobiltà, non ardì chiederla in moglie, se prima non avesse illustrato le sue armi con alte imprese di guerra. Nè gli fallian le occasioni. Mancata la prole maschile di Filippo il Bello, la corona di Francia era passata ai collaterali, toccando in ultimo a Filippo di Valois. Edoardo III, non curando la legge salica, asseriva che, quantunque sua madre Isabella, figlia all’estinto sire di Francia, non potesse succedere al padre, egli erede di lei non andava altrimenti soggetto a quella incapacità; epperò, cominciato ad intrecciare ne’ suoi suggelli ed insegne gli stemmi di Francia con que’ d’Inghilterra, a stringer leghe, a chieder sussidii per la guerra al Parlamento, si disponeva a sostenere sue pretensioni coll’armi.