Cotesto occorreva nei primi dì dell’aprile. Anna ascoltò il tentatore. La sua colpa fu quella; ma invero, piegarsi ai voleri del conte, profanare quel suo grande affetto per Macham, era assai più di quello che potessero le forze sue sostenere; il sacrifizio di tutta la sua esistenza, veduto allora da presso, le parve orrendo; la paura, il ribrezzo, ebbero facil vittoria del suo giuramento; vittoria che da solo non avrebbe ottenuta l’amore.

Fu per tal modo concertata la fuga. E un giorno ch’ella era uscita a cavalcare, seguìta dall’infinto donzello, avea messo a galoppo il palafreno sulla riva degli Ontàni. Il rimanente era noto al pietoso amico, al padrone della galera, che inconscio aveva dato mano alla impresa, così meditata da Roberto Macham e condotta a fine dal cavaliere di Blackstone. Il pentimento aveva tenuto dietro alla colpa; dalla prima mattina che s’era veduta in alto mare per infino a quel dì che doveva esser l’ultimo dei suoi patimenti, ella non aveva fatto che piangere il suo fallo, ed implorava ora il perdono di Dio, ella che, sulla riva degli Ontàni, dinanzi a Lanzerotto, per la prima volta dopo le sue nozze col conte, aveva stretto la mano di Macham.

Ella era pura come un angiolo del Signore, quella bellissima peccatrice; ben più colpevoli noi, che l’avevamo fatta segno alle nostre bieche gelosie, ai nostri desiderii profani. E noi vivevamo; ella moriva.

Trassi di sotto al giustacuore un piccolo crocifisso d’argento, eredità dei miei maggiori. Mia madre morente me lo aveva donato, e quest’altra morente dovea stringerlo alle sue labbra; doppiamente caro, scenderà meco nel sepolcro, insieme col ricordo dei due soli amori di mia vita. Questo spiccai allora dal collo e lo posi tra le sue mani tremanti.

— È dentro di questa croce una scheggia del santo legno; — le dissi, alzando solennemente la voce. — Ella vi darà forza a superare questo affannoso momento, e quella benedizione che il mio labbro non è abbastanza puro per darvi, mia povera martire!

Un raggio di celeste allegrezza balenò dalle sue pupille semispente; le labbra, accostandosi avidamente al segno del perdono, mormorarono una parola di gratitudine.

Macham frattanto, poichè il pietoso ufficio era compiuto, veniva ad inginocchiarsi all’altra proda del letto.

— Ed ora, sorella mia — soggiunsi — udite la mia confessione. Vi ho amata e vi amerò fino a tanto ch’io viva. Questa, sebbene manchevole, è la mia sola discolpa. Da quest’isola noi potevamo partire il dì dopo l’approdo. Se l’avessi fatto, nulla sarebbe avvenuto di ciò che ora ne strazia. Nol feci, geloso della ventura altrui, e n’ho acerbo rimorso nell’anima. Mi perdonate voi!

— Si, a voi, a tutti... — rispose. — Così era scritto! Io fui più amata che non accadesse mai a creatura mortale, e forse era effetto di qualche malìa. Il Signore mi usi misericordia e mi accolga nella sua pace. Udite ora, messer Gentile, e voi Roberto; di una grazia vi prego...

— Dite! — le gridammo ansiosi ad un tempo, già temendo non fosse per mancarle la voce.