— Ah non sarà, messere; aspettate!
Ed affacciatomi al ciglio della rupe, misi un fischio acutissimo. Lanzerotto non istette guari ad uscire dalla capanna, che si scorgeva nel prato sottostante. Ad un mio grido si volse, ci vide, e tosto si mosse alla volta del bosco, per inerpicarsi al luogo ove noi eravamo.
— Che fate voi ora? — mi chiese il mio avversario.
— Nulla che guasti il vostro disegno; tra poco il vedrete.
Macham non disse più altro, e per chetare la sua impazienza, come leone cruccioso nella sua gabbia ferrata, si diede a misurare con rapidi passi il breve spazio che correva tra noi, lunghesso il margine dell’onda.
Lanzerotto giunse e indovinò tosto ogni cosa. Un grido disperato gli ruppe dal petto.
— Calmati, Lanzerotto! È guerra leale questa che or ora si combatterà tra di noi. Nè t’ho chiamato a piacere, nè a giudice, sibbene per dirti ciò che io voglio da te. Bada — soggiunsi con accento solenne — chiunque dei due abbia a morire, tu obbedirai al superstite. Giuralo!
— Lo giuro, messere! — rispose egli inchinandosi.
— Per l’anima di tua madre?
— Per l’anima mia e per la mia salvazione!